di Flavia Giacobbe

L’Europa ha compiuto dei passi veloci verso la definizione delle regole del gioco della Difesa comune, complice la Brexit e la mancanza dell’ombrello statunitense negli affari del Vecchio continente. Il progetto era stato accolto dal nostro Paese, fin dal principio, con entusiasmo, ma anche con un certo timore per le modalità con le quali si sarebbe realizzato. I timori, ora che l’aula di Strasburgo ha dato il via libera al Fondo europeo di difesa (13 miliardi da spendere nei rispettivi comparti durante il prossimo quadro finanziario pluriennale, 2021-2027), sono chiari e l’Italia è cosciente di essere salita su una barca impegnativa e senza sconti da parte dei partner europei. Sarà comunque il nuovo Parlamento a dover ufficializzare l’Edf, all’interno dell’accordo complessivo sul budget Ue proposto dalla Commissione. Inoltre, la Commissione potrebbe prossimamente istituire un Commissario ad hoc per gli Affari della Difesa, come esistono già per le altre materie. E sarà necessario un Consiglio europeo della Difesa, visto che oggi ancora non esiste. L’accordo sul Fondo comunque è il risultato dei complessi negoziati avuti con il Consiglio dell’Unione, in cui tutti gli Stati membri hanno fatto valere le proprie posizioni. L’Edf è stato preceduto da due programmi-pilota per il triennio 2017-2019, tradotti in uno stanziamento di 90 milioni per attività di ricerca all’interno dell’Azione preparatoria (Padr), e in 500 milioni per il Programma di sviluppo del settore industriale (Edidp).

Il Fondo avrà a disposizione 4,1 miliardi per la ricerca e 8,9 per cofinanziare le attività di sviluppo delle capacità. Per i progetti di ricerca il finanziamento Ue sarà fino al 100%, mentre per quelli di sviluppo di capacità il finanziamento potrà arrivare al 20%. Con possibilità tuttavia di recuperare percentuali in particolari ambiti, come progetti in ambito Pesco (Cooperazione strutturata permanente) o per progetti di collaudo e certificazioni. L’Italia in fase di accordo aveva puntato soprattutto su due aspetti: il primo contro l’asse franco-tedesco e il secondo che riguardava i soggetti ammissibili ai fondi (l’attenzione andava alle aziende straniere presenti sul territorio). Entrambe le linee sono state accolte. Saranno infatti ammissibili solo i progetti collaborativi che coinvolgano almeno tre soggetti idonei provenienti da almeno tre Stati membri o Paesi associati, un punto su cui il nostro Paese ha avuto la meglio rispetto all’attivismo francese.

Alla partita, già di per sé complicata, si aggiunge comunque il capitolo spinoso della partecipazione dell’industria straniera ai progetti comuni. Pur essendo passata la linea italiana, che prevede che nessuna azienda, anche se di proprietà straniera, dovrebbe essere esclusa, la Francia spinge per l’inserimento di regole stringenti per le aziende appartenenti a Paesi terzi. E gli Stati Uniti minacciano di cambiare, a loro volta, le regole interne al mercato della Difesa Usa, per penalizzare le aziende europee. Comunque negli accordi comuni, si prevede che le controllate di società di Paesi terzi con sede nell’Ue possano essere ammesse al finanziamento, a condizione che siano garantiti gli interessi di sicurezza e di difesa dell’Ue e degli Stati membri (una sorta di golden power). I soggetti che sono stabiliti al di fuori dell’Unione non potranno invece ricevere finanziamenti dal bilancio europeo. Altro tema che preoccupa non poco il nostro Paese è l’intesa franco-tedesca. Dal caccia europeo del futuro a firma Parigi-Berlino (Fcas); al progetto inglese (che includerebbe volentieri il nostro Paese) Tempest; fino al progetto di Francia e Germania per il carro armato europeo e al programma Euro-Male, dove l’Italia è presente con Germania, Francia e Spagna, avendo incluso nel progetto anche Piaggio. L’asse Parigi-Berlino sulla difesa integrata europea rischia di isolare l’Italia e svantaggiare anche Leonardo. Per questo, il nostro Paese deve continuare ad avere un ruolo proattivo nella definizione del progetto: per evitare che sia troppo a trazione francese; che includa collaborazioni con la Gran Bretagna e che garantisca partenariati strategici con Alleanza Atlantica e con gli Stati Uniti.

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