di Rinaldo Davide Libertini

La novità della NATO inerente al concetto di terrorismo, apportata con il documento MC 0472/1 del 2016, inspiegabilmente non ha destato grande interesse. Tale modifica può dirsi un adattamento normativo senza precedenti, conseguente alla manifestazione di una versione inedita del fenomeno terroristico, in particolare in Iraq e Siria, dove è nato e si è sviluppato il cosiddetto Stato Islamico. Infatti, la particolarità dell’organizzazione concepita da al-Baghdadi risiede essenzialmente nella pretesa di sovranità, nella prospettiva della costituzione di un Califfato, inteso come entità statale informata ai precetti della Sharia, governata da un’autorità politica e religiosa, ossia il califfo. Un modello ispirato a esperienze del passato, nel quale non avrebbero trovato spazio gli elementi estranei alla tradizione islamica, compreso il principio della laicità delle istituzioni statali.

Preso atto di ciò, dimostrando una rapidità di risposta anche dottrinale superiore alle altre organizzazioni internazionali, il Comitato Militare dell’Alleanza ha ampliato la definizione di terrorismo. Oggi questo è inteso come «l’uso illecito o la minaccia dell’uso della forza o della violenza, infondendo paura e terrore, contro individui o beni al fine di costringere o intimidire governi o società, ovvero di ottenere il controllo su una popolazione, per conseguire obiettivi politici, religiosi o ideologici». In questo modo, la NATO ha integrato la definizione, comprendendo anche l’ipotesi in cui i gruppi terroristici agiscano al fine di esercitare un dominio diretto sulla popolazione, con l’intento di istituire un’entità para-statale o comunque alternativa allo Stato. È un’evoluzione concettuale degna di nota, che interessa tutti i membri dell’Alleanza.

Al momento non esiste una definizione di terrorismo universalmente accettata, essendo stato vano il tentativo di pervenire a una Convenzione che ne definisse i tratti caratteristici. Ciò è dovuto in particolare all’opposizione degli Stati africani e asiatici, decisi a escludere la natura terroristica degli eventuali atti violenti compiuti dai movimenti di liberazione nei territori occupati. Quindi, il problema centrale non consiste nell’elaborazione di una definizione generale, ma nell’individuazione delle possibili eccezioni. Si tratta di una questione secondaria che, tuttavia, ha finora impedito alla Convenzione internazionale sul terrorismo di vedere la luce. Pertanto, ogni iniziativa che stabilisca degli standard nelle organizzazioni internazionali risulta preziosa.

Ciò detto, pare opportuna una riflessione riguardo l’oggetto dell’attacco terroristico. Si noti che il documento MC 0472/1 si riferisce genericamente a «individui» e «beni», senza meglio qualificare le vittime. Ciò è coerente con la consapevolezza progressivamente maturata, anche al di là dell’ambito NATO, che un atto violento possa dirsi terroristico anche se non diretto contro obiettivi civili. Infatti, negli ultimi anni il personale militare in servizio è stato spesso preso di mira. Sebbene la guerriglia sia ben distinta dal terrorismo, pare evidente che certe azioni, a seconda delle circostanze, possano essere commesse per i fini di cui alla suddetta definizione, con l’effetto della diffusione del terrore nella popolazione. Infatti, è bene evidenziare due aspetti. In primis, colpire i militari in quanto difensori delle istituzioni, soprattutto se impegnati in un’opera di stabilizzazione politica in aree di crisi, può avere conseguenze di grande rilevanza. In secundis, i mezzi e i metodi solitamente impiegati dai gruppi jihadisti, come gli attacchi suicidi con esplosivo o l’utilizzo di IED, possono produrre effetti indiscriminati, colpendo anche beni e persone civili.

Pertanto, nonostante stia attraversando un periodo turbolento a causa delle iniziative unilaterali di alcuni dei suoi Stati membri, sembra che la NATO abbia ancora molto da offrire, soprattutto sul piano della dottrina, costantemente sviluppata grazie all’esperienza sul campo e al confronto tra le parti.

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