La visita di Mattarella a Tebboune, per un nuovo dialogo italo-algerino nel Mediterraneo

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La visita del capo di Stato Sergio Mattarella al suo omologo algerino Abdelmadjid Tebboune si inserisce in una fase molto particolare per il Paese nordafricano.

Negli ultimi tempi, l’Algeria, nostra vicina di casa ed ex colonia francese, assume progressivamente un ruolo sempre più assertivo nel quadrante mediterraneo: l’avanzata turca nella vicina Libia e il precipitare degli eventi nel Sahara occidentale hanno spinto Algeri ad alzare la testa per approfittare della congiuntura geopolitica attuale.

Procedendo con ordine, all’inizio di novembre, il governo algerino si è imposto nei confronti di alcuni velivoli da guerra francesi, impegnati nell’Operazione anti-jihadista Barkhane nel Sahara occidentale, impendendo ad essi di sorvolare il proprio territorio. Questo evento è stato poi seguito dal ritiro da parte di Algeri del proprio ambasciatore da Parigi. La notizia non è di per sé sconvolgente, perché le ferite aperte dalle sanguinose guerre di indipendenza tra Francia ed ex colonie sono ancora fresche e le crisi di consenso in questi Paesi sono spesso cicliche. I provvedimenti algerini possono essere letti però in conseguenza di un duro attacco del presidente francese Emmanuel Macron al governo nordafricano, accusato di eccessivo servilismo nei confronti della Turchia.

Un attacco che si può definire prettamente strumentale, perché Macron, che si appresta ad affrontare la campagna elettorale e che, com’è noto, si confronta anche con l’annosa questione dell’assimilazione dei musulmani in casa propria, ha accusato Algeri di essere troppo dura nei confronti dei francesi e meno severa invece con i turchi, che, in una prospettiva storica, controllavano il territorio algerino molto prima degli europei.

In quell’occasione, il presidente francese ha anche aggiunto che lo Stato algerino sarebbe retto da un “sistema politico-militare”. Questi fatti sono risultati parecchio sgraditi al presidente Tebboune, che, oltre ad aver ritirato il proprio ambasciatore in Francia, a anche spinto il presidente della Grande assemblea nazionale turca, Mustafa Şentop, ha cogliere al volo l’occasione per ricordare l’anniversario di un massacro francese in Algeria avvenuto durante il periodo coloniale.

Dossier molto più caldo, per Algeri, è invece la sfida egemonica con il vicino di casa marocchino. Il confronto, anche in questo caso cronicizzato, si è rapidamente surriscaldato nei mesi scorsi, con un’improvvisa quanto preoccupante escalation. Rabat è impegnata da anni in uno scontro atavico con le milizie del Fronte Polisario, un movimento che reclama la sovranità e l’indipendenza del Sahara Occidentale, regione a sud del Marocco.

Com’è noto, si tratta di una organizzazione finanziata e rifornita dall’Algeria che ha tutto l’interesse a tenere alta l’attenzione del vicino sul fronte meridionale per impedirgli di concentrarsi sul confine est.
A seguito del reciproco ritiro delle rappresentanze diplomatiche, il 31 ottobre di questo anno, il presidente Tebboune ha deciso di non rinnovare il contratto sull’esportazione di gas verso la Spagna – che avviene tramite il gasdotto Gaz-Maghreb-Europe, che passa per il Marocco. Una delle principali fonti di sostentamento dell’economia algerina è appunto l’esportazione del gas verso l’Europa, con questo escamotage il presidente algerino è riuscito a danneggiare molto Rabat poiché Madrid verrà rifornita regolarmente con modalità alternative.

Infine bisogna considerare anche che il Marocco, gendarme naturale dello stretto di Gibilterra e per questo alleato necessario degli Usa, ha apposto la propria firma sugli accordi di Abramo, che pacificano il Paese nordafricano e lo Stato di Israele. In cambio gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità del Paese sul Sahara Occidentale.

La Francia, dal canto suo, ha poi tutto l’interesse a fiancheggiare ogni scelta marocchina senza se e senza ma, sempre nell’ottica di contenimento dell’Algeria e per rafforzare la propria presenza negli importanti teatri di guerra africani. D’altra parte, la guerra di Libia ha permesso a russi e turchi, che mirano ad espandere le loro aree di influenza nel Mediterraneo e a destabilizzare il rivale francese, di infiltrarsi prepotentemente nell’apparato statale algerino.

In tutto questo, nel 2018, l’Algeria ha unilateralmente dichiarato una Zona economica marittima esclusiva (Zee) che carezza da vicino sia le coste spagnole sia il golfo di Oristano, sovrapponendosi de facto alla proiezione della piattaforma continentale italiana sul mar Mediterraneo. Questo ha spinto l’Italia, come documentato altre volte dall’Osservatorio per la stabilità e sicurezza del Mediterraneo allargato, a proclamare a sua volta la propria Zee, e dunque ad aprire, giocoforza, un tavolo di dialogo diretto con Algeri.


L’Algeria, come il resto dei Paesi a noi dirimpettai, non è un attore trascurabile per l’Italia; è il nostro secondo fornitore energetico, e il presidente Mattarella, durante la sua visita, oltre ad aver speso le doverose parole di riconoscimento di amicizia e collaborazione con Algeri, ha anche omaggiato Enrico Mattei con l’inaugurazione di un parco a lui intitolato, al centro della capitale africana, segno che i rapporti tra i due Paesi sono di lunga data ed hanno resistito alle tante oscillazioni del tempo.

L’Italia, per bocca del presidente, si propone promotrice del dialogo tra Algeria ed Unione Europea, su temi caldi quali, appunto, l’approvvigionamento energetico, i flussi migratori e la collaborazione economica. In occasione della visita di Sergio Mattarella in Algeria, il presidente Tebboune ha sottolineato la massima sintonia tra i due Paesi anche sulla crisi libica.


La visita del nostro presidente è servita sostanzialmente a calmare le acque sulla questione delle Zone economiche esclusive, a cercare di rinsaldare la presenza dell’Italia nel Maghreb dopo la perdita del nostro controllo sulla Libia ed a preparare il terreno per un Business forum da convocare nel 2022 e il parallelo vertice intergovernativo.

In conclusione, l’Algeria è un attore molto attivo nel quadrante mediterraneo. L’Italia dovrà necessariamente tenerne conto, mantenendo la necessaria postura di garante della stabilità di un’area che circonda le nostre acque.

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