Serbia: il fermo nodo europeo tra saldi rapporti russi e nuovi investimenti cinesi

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di Antonio Luciano

Il “Serbia 2019 Report” della Commissione europea dello scorso maggio restituisce un’immagine poco nitida. La Serbia è un paese percepito come capofila del processo di adesione all’UE, visto il suo coinvolgimento nei negoziati di adesione dal 2014. Tuttavia, come alcuni suoi vicini balcanici, conferma la mancanza di volontà politica ad affrontare le questioni che sono state citate più volte nelle precedenti edizioni. Nel 2017 i sondaggi hanno mostrato che solo il 5% degli intervistati ha espresso un’opinione positiva sulla possibile adesione del paese alla NATO, il 50% non si preoccuperebbe se l’UE si disintegrasse, mentre il 32% era favorevole all’integrazione eurasiatica sotto la leadership russa e solo il 22% contro.[1]

In questa chiave non sorprende il fascino considerevole di Putin in Serbia, la cui ultima visita nel paese risale a gennaio 2019. Non c’è alcun paese balcanico che risulti particolarmente favorito dal Cremlino come lo è oggi la Serbia. La Russia fu uno dei principali oppositori del bombardamento nel 1999 in Kosovo (ex provincia meridionale della Serbia) e da allora ha svolto un ruolo significativo nel ridimensionamento del pieno riconoscimento internazionale del Kosovo. La Russia è intervenuta mediante grandi sforzi diplomatici e tramite il veto nel Consiglio di sicurezza, la cui approvazione sarebbe stata necessaria affinché il Kosovo diventasse un membro a pieno titolo della comunità internazionale. Infine è bene sottolineare che, dopo l’annessione della Crimea nel 2014, la Serbia è l’unico paese della regione a non partecipare alle sanzioni europee contro la Russia.

La Cina di Xi Jinping oggi è solo l’ultima potenza in ordine di arrivo nei Balcani, regione tornata ad essere luogo caldo di competizione tra potenze mondiali. In questo contesto, l’attenzione è posta proprio alla Serbia. Nel settembre 2018, durante una visita di due giorni da parte del Presidente serbo Vučić a Pechino, sono stati firmati accordi militari ed economici con la Cina che ammontano a circa 3 miliardi di investimenti. Sebbene l’UE mantenga ancora il titolo di maggior investitore nello Stato (Serbia-UE 64,4%, Serbia-Cina 8,2%, Serbia-Russia 7,2% nel 2017) e la Russia grazie ad investimenti e prestiti controlla oggi circa il 10% della economia serba, la Cina ha il vantaggio di non dover rispettare le regole europee.[2]

Il quadro mostra come l’UE sia sotto pressione da due fronti. Il primo fronte è quello russo vista l’influenza crescentein Serbia nel settore dei media per esempio. Il secondo fronte è quello cinese, potenzialmente più pericoloso a livello economico. Basta osservare la facilità con la quale gli Stati balcanici sono inclini ad accettare i prestiti dalla Cina di Xi Jinping. Questa leggerezza è dovuta a leggi troppo permissive che hanno consentito nel tempo l’impoverimento e l’indebitamento di questa regione.

Con il grande gioco degli scacchi nei Balcani che si sta ulteriormente scaldando, l’UE deve continuare a promuovere se stessa o rischierà di rimanere indietro rispetto a Stati come la Cina e la Russia. Come ha detto il presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker: “Dobbiamo trovare unità quando si tratta di Balcani occidentali una volta per tutte, altrimenti il nostro immediato vicinato sarà plasmato dagli altri”.


[1] M.POPOVÍC, S.S. GAJIĆ, Citizens’ views on Serbia’s foreign policy, Belgrade Center for Security Policy, March 2017, http://www.bezbednost.org/upload/document/stavovi_graana_o_spoljnoj_politici_srbije.pdf

[2] Briefing Paper III: External influence in the economic sphere, 14 September 2018, https://www.balkancrossroads.com/bp-iii-economics

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