Saied proroga la sospensione del Parlamento in Tunisia

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Mentre tutto il mondo si è concentrato sul precipitare degli eventi afgani, probabilmente la Tunisia ha vissuto l’estate più calda della sua Storia, come dettagliatamente documentato da OSSMED.
Per vicinanza e storia recente, i destini del paese dei gelsomini dovrebbero preoccuparci molto più del lontano Afghanistan, ormai irrimediabilmente scivolato verso il più triste degli epiloghi.

La Tunisia è stata una colonia francese per gran parte del ‘900, pur avendo conosciuto una presenza vigorosa di coloni italiani sul suo territorio sin dal secolo precedente; del resto, senza tornare indietro fino ai romani – ghiotti di garum, un tipico condimento che veniva abbondantemente prelevato dai porti cartaginesi -, basta dare un’occhiata ad una cartina geografica per capire come le connessioni con la nostra penisola non siano mai un dettaglio trascurabile.

Nel 1957 il paese ha ottenuto l’indipendenza da Parigi, ma le forze politiche autoctone, nel corso del tempo, non hanno mai smesso di risentire di notevoli influenze straniere.
Il paese gode di notevoli caratteristiche geostrategiche: dal sud si controlla, abbastanza agevolmente, una vasta area della sempre instabile Tripolitania; a nord, l’insenatura del golfo di Tunisi è un porto naturale situato al centro del Mediterraneo.
Di conseguenza, la breve vita della repubblica nordafricana è sempre stata turbolenta. Da un colpo di stato all’altro, si sono susseguiti al potere partiti più o meno democratici e socialisti, islamici e laici. Val la pena ricordare il regime guidato da Ben Ali, durato ben venticinque anni fino al 2011, e sostanzialmente appoggiato dall’Italia, in un momento storico in cui Roma poteva notevolmente influenzare i destini del Mare Nostrum.

Il resto è cronaca: le primavere arabe, iniziate proprio in Tunisia, sono state sostanzialmente eterodirette a scardinare lo status quo, ed hanno rivoluzionato la spina dorsale del tessuto politico nazionale. Si sono susseguiti governi di alterna durata, ed a fine luglio il presidente della Repubblica Kais Saied ha licenziato il governo di Hichem Mechichi, sospeso il Parlamento e dichiarato coprifuoco e stato d’emergenza, appropriandosi di fatto del potere esecutivo.
Il vaso di Pandora stava per esplodere già da qualche tempo: le proteste di piazza contro il governo erano all’ordine del giorno, le categorie dei lavoratori indicevano uno sciopero dietro l’altro, l’economia, basata sulle rimesse dei tunisini impiegati nelle industrie petrolifere libiche – dalle quali dipende anche l’approvvigionamento energetico di un paese privo di riserve naturali, risentiva notevolmente della guerra in Tripolitania; non ultima per importanza, la pandemia mondiale di COVID-19 ha colpito duramente il sistema sanitario.

La spiccia politica nazionale nasconde però fili intrecciati a livelli più alti: Mechichi era stato incaricato da Saied per provare ad estrarre un governo dal cilindro di un parlamento estremamente frammentato. Le elezioni del 2019 non avevano espresso un quadro politico chiaro, se non che Ennahda, il partito dei Fratelli Musulmani – e quindi della Turchia, e quindi del Qatar – aveva la maggioranza relativa, e si era alleato ai partiti laici e moderati per mitigare il minoritario ma non troppo fondamentalismo musulmano. Ma scrivendo “partiti laici e moderati” si deve leggere Francia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, i concorrenti mediterranei dell’emergente asse turco-qatariota, e la situazione non avrebbe potuto reggere più di tanto. Mechichi continuava a proporre governi composti principalmente da ministri emanazione del partito vincitore delle elezioni, Saied, di estrazione politica moderata, dichiaratamente filofrancese, continuava a rifiutarne la ratifica, finché la nomina di Rachid Ghannouchi, il leader di Ennahda, a presidente del parlamento ha fatto inevitabilmente saltare il tappo.

Quel che è accaduto, in sostanza, è che la Turchia ha definitivamente suggellato la sua presenza in Libia, dopo il trionfo bellico dell’anno trascorso. Una eccessiva presenza di Ankara in un paese vicino come la Tunisia avrebbe alterato ulteriormente i rapporti di forza nel Mediterraneo, ed il presidente Saied ha appena confermato che manterrà il potere in mano per un altro mese.

Saied ha l’appoggio diretto dei paesi citati, della Francia di Macron, che ha promesso aiuti economici e sanitari ben prima del precipitarsi degli eventi, dell’ONU e dell’amministrazione Biden (mentre la Cina non rimane a guardare), tutti interessati a contenere l’espansionismo turco ed a sfruttare l’emergenza per radicarsi nel paese; la stessa popolazione ha piena fiducia nel presidente, figura ritenuta credibile per traghettare il paese fuori dalla crisi. Del resto, Ennahda non vive certo il periodo più favorevole della sua storia politica: i giovani protestano contro le sempre più frequenti sbandate fondamentaliste della Fratellanza negli ultimi tempi, e il tentativo di contro-golpe, attuato dallo stesso partito dopo l’annuncio della presa di potere di Saied, è fallito per mancanza di appoggio delle forze armate, evidentemente fedeli al presidente.

Resta da vedere se il traghettamento sarà una breve traversata od una lunga crociera, al di là delle promesse presidenziali di normalizzazione delle ultime ore. Finora, il nostro paese è apparentemente rimasto alla finestra; fare una scelta di campo in un momento in cui si decide il destino di un nostro vicinissimo di casa è un passo doveroso e determinante per il nostro futuro a breve e medio termine.


photo credits: US Africa Command on flickr under Creative Commons license

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