La Russia si sottrae al controllo della Commissione per l’accertamento dei crimini di guerra

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di Rinaldo Davide Libertini

La Federazione Russa ha revocato la dichiarazione con la quale aveva accettato la competenza della Commissione internazionale di accertamento dei fatti, prevista all’art. 90 del I Protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra. Si tratta di una mossa significativa, portata a compimento dal presidente Putin lo scorso 12 novembre, ma anticipata da un provvedimento del 16 ottobre, le cui conseguenze meritano di essere evidenziate.

Prima di tutto, è bene chiarire la natura e le funzioni della suddetta Commissione. Il I Protocollo del 1977 sulla protezione delle vittime dei conflitti armati, integrando le disposizioni contenute nelle quattro Convenzioni del 1949, ha introdotto un organo collegiale a garanzia del rispetto delle norme del diritto bellico. In particolare, come stabilito all’art. 90, la Commissione è composta da «quindici membri di elevata moralità e di riconosciuta imparzialità», la cui funzione consiste nello svolgimento d’indagini su fatti che possano configurare violazioni delle norme previste dalle Convenzioni di Ginevra e dallo stesso Protocollo. Tale organo è stato quindi concepito al fine di accertare eventuali infrazioni, ma non può definirsi un tribunale internazionale in quanto non possiede un potere giudicante. Inoltre, affinché possa espletare le proprie funzioni, è necessario che gli Stati ne abbiano accettato la competenza con un’apposita dichiarazione.

La revoca interessa esclusivamente la dichiarazione del 4 agosto del 1989 con la quale «l’Unione Sovietica, agendo in conformità con la Clausola 2 dell’articolo 90 del Protocollo, riconosce ipso facto e senza un accordo speciale, in relazione a qualsiasi altra Alta Parte contraente che accetti lo stesso obbligo, la competenza della Commissione internazionale d’inchiesta per indagare su accuse di violazioni del diritto umanitario nell’ambito di conflitti armati internazionali». Pertanto, il provvedimento non pregiudica l’adesione della Russia al I Protocollo addizionale del 1977, contrariamente a quanto annunciato da alcuni media statunitensi.

Mosca, motivando il proprio passo indietro, ha evidenziato il fallimento della Commissione, la quale «non ha effettivamente svolto le sue funzioni dal 1991». Inoltre, il Cremlino ha lamentato l’assenza di un membro di nazionalità russa, nonché l’inutilità del versamento dei contributi annuali per il bilancio della Commissione. Tuttavia, pare che la ragione principale sia «il rischio di abuso dei poteri della Commissione a fini politici da parte di Stati senza scrupoli», che sarebbe «aumentato considerevolmente». Motivazioni che mettono con le spalle al muro la Commissione, che inizialmente aveva cercato di minimizzare l’accaduto, esprimendo soddisfazione per la possibilità, non esclusa dalla Russia, di un’eventuale cooperazione. La situazione è imbarazzante, considerato che, in sintesi, Mosca ha messo in dubbio l’imparzialità e le qualità morali dei membri dell’istituzione.

L’iniziativa della Russia potrebbe essere una risposta all’accusa di aver effettuato un attacco aereo indiscriminato sulla città siriana Atarib (Governatorato di Aleppo) il 13 novembre 2017, costato la vita a 84 persone e il ferimento di almeno 150. Pertanto, lo scopo sarebbe quello di sottrarsi, per quanto possibile, al controllo delle istituzioni sovranazionali, proseguendo con disinvoltura le operazioni militari. In ogni caso, rimane l’insuccesso dello strumento di garanzia previsto dall’art. 90 del I Protocollo. La Commissione internazionale di accertamento dei fatti non ha mai esercitato le proprie funzioni, nonostante 75 Stati ne abbiano accettato la competenza. Peraltro, mancano all’appello le grandi potenze, inclusi gli Stati Uniti d’America, i quali tuttora non hanno aderito ai Protocolli aggiuntivi del 1977.

Foto: Ministero della Difesa della Federazione Russa

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