Ricordando l’11 settembre. Il terrorismo come strategia cognitiva e attività di comunicazione basata sui media

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di Giacomo Buoncompagni

Secondo un recente rapporto pubblicato dallo U.S Institute of Peace (USIP) il numero di attacchi terroristici nel mondo è cresciuto del 500% dall’11 settembre 2001. Senza dubbio l’attacco alle Twin Towers è da considerarsi ancora oggi il primo shock globale, che mise al centro delle problematiche internazionali e degli interessi geopolitici, la questione del rapporto tra le diverse culture all’interno mondo già fluido e interconnesso. Ma non solo.

Da un lato, infatti, 9/11 è  la “data zero” di quella che il sociologo Randall Collins ha definito “violenza contemporanea”, una nuova forma di violenza che caratterizza la società contemporanea e che è frutto, non di conflitti a priori, ma di mutamenti sociali, culturali e comunicativi. Dall’altro, quella data ha segnato anche l’inizio di ciò che Francois Heisbourg chiama “iperterrorismo”, un terrorismo che alla distruzione di massa (resa possibile dalla disponibilità delle tecnologie attuali), unisce la visione apocalittica degli organizzatori degli attentati.

La comunicazione dei terroristi e del terrorismo è un universo, fluido, è un mondo in continua evoluzione. Ci ricorda Jonathan Matusitz, come l’attacco alle Torri Gemelle di New York sia stato l’evento più documentato della storia, dove simboli e spazio pubblico hanno alimentato la comunicazione del terrore, con il terrore, nelle nostre società. Lo spettacolo terroristico rende comunicabile l’impronunciabile, mette in scena l’inconcepibile e presenta una performance comunicativa all’interno di un’arena globale. Ogni volta che la violenza terroristica conquista la scena pubblica è un “evento assoluto”, affermava Baudrillard. L’orrore mostra la padronanza assoluta dei linguaggi mediatici. Le tecnologie della comunicazione dall’11 settembre in poi, fino ai recenti attacchi dell’IS, sono sempre state “parte” dell’evento, e non solo canali di visibilità.

Secondo Mitchell, la figura del “clone”, che egli descrive come la condensazione simbolica di numerose rivoluzioni tecniche nei media e nelle scienze, è stata incorporata nell’immaginario della Guerra al Terrore. L’effetto della Guerra al Terrore è quello di replicare/clonare (e aumentare esponenzialmente) il numero di attacchi.

Per questo il terrorismo è una strategia tipicamente cognitiva, suggerisce il sociologo Derrick de Kerchove,

 e l’attacco dell’11 settembre potrebbe essere ri-definito un (media) event cognitivo- globale. L’obiettivo di base è ottenere, attraverso i media, il massimo risultato con uno sforzo relativamente basso all’interno della sfera pubblica.

Ai tempi dell’assassinio di Aldo Moro in Italia, il teorico della comunicazione Marshall McLuhan suggerì che il miglior modo per ridurre la violenza terroristica in quel momento fosse “staccare la spina”, ovvero non permettere ai media di narrare gli eventi in corso, eliminando così le motivazioni basilari dei terroristi (la conquista dello spazio mediale, in primis).

Se ben ricordiamo, pochissime persone hanno assistito allo schianto del primo aereo e all’incendio della prima Torre, l’11 settembre 2001. Un cine-operatore stava filmando l’edificio in quel preciso momento, con una inquadratura quasi perfetta.  Quella ripresa fu resa pubblica pochi giorni dopo dall’attentato, ma fu il secondo attacco invece ad essere visto in diretta da milioni di persone. Questo perché le telecamere della CNN  e di altre televisioni erano già puntate sul primo edificio in fiamme.

Molto probabilmente l’intervallo di circa 18 minuti tra il primo e il secondo attacco fu pianificato dagli attentatori proprio per permettere agli operatori dell’informazione di prepararsi.

L’intera “performance” costituisce il più grande caso di riconoscimento collettivo della storia. “Riconoscere”, significa conoscere una seconda volta, “toccare” due volte lo stesso evento. In questo senso il “riconoscimento” era l’obiettivo del doppio attacco a telecamere accese.

Questo elemento è particolarmente importante in quanto ciò che al momento degli attacchi venne riconosciuto non fu un’incidente, ma un’azione violenta deliberatamente perpetrata da esseri umani con lo scopo di distruggere. Molto probabilmente l’effetto riconoscimento non è ancora finito vent’anni dopo.

La giornata dell’ 11 settembre ha assunto significati differenti da persona a persona, da paese e paese, da cultura a cultura ed è stato vissuto contemporaneamente da un numero di persone ma raggiunte prima nella storia dell’informazione. L’evento dell’attacco ha occupato e occupa tutt’ora tre spazi: quello fisico, quello cognitivo e quello mediale. Vive cioè nelle nostre città, nella nostra mente e nei flussi di comunicazione globale.

Questo primo shock globale ha certamente rappresentato una crisi di portata imprevedibile e, al tempo stesso, una soglia di radicale accelerazione del cambiamento nella società contemporanea.

Che il mondo vada verso un’intensificazione degli scambi sia economici e comunicativi è un fatto oggi inoppugnabile, ma è necessario riflettere che è mancata finora la capacità di leggere con toni più sobri questa maggiore mobilità di idee, merci, persone e informazioni.

Sicuramente, vent’anni dopo, la tragedia dell’11 settembre conferma una sfida inequivocabile, ancora aperta: è necessario l’elaborazione di un nuovo modello di convivenza, volto a mitigare una cultura di massa troppo pervasiva e falsamente universalizzante. E la crescente internazionalizzazione degli scambi esige, più che mai, una rinnovata capacità di governo e progettazione dello sviluppo economico e culturale, nello sforzo attivo di favorire la convivenza tra le diversità culturali.

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