Il 19 aprile 2021 è un lunedì destinato a passare alla storia per i milioni di appassionati di calcio sparsi per il mondo. I giornali, sportivi e non, e tutti i siti specializzati del globo, per una volta, non pubblicano in prima pagina gli ultimi risultati della capolista o il gol fenomenale del centravanti del momento: una serie di squadre di calcio, le più blasonate del continente dove si giocano i campionati più ricchi del mondo, comunicano di aver deciso di boicottare gli organismi che gestiscono le competizioni internazionali del football mondiale, UEFA e FIFA, per fondare autonomamente una competizione continentale a numero chiuso e ad inviti. Si tratta di una svolta epocale: intorno al mondo del pallone ruotano letteralmente migliaia di miliardi di dollari; il calcio è uno strumento di soft power potentissimo; le squadre “secessioniste” sono le più seguite al mondo e contano milioni di adepti che farebbero di tutto per seguire la propria squadra del cuore. Solo poche squadre calcistiche d’élite saranno invitate a far parte di questo ristrettissimo club di ricchi che consentirà di spartirsi introiti faraonici.

LE GUERRE TIEPIDE DEL MEDIO ORIENTE

Districarsi nel labirinto di poteri che intrica il quadrante più bollente del pianeta è un’impresa titanica. Alcune faglie, però, sono più evidenti di altre, e sono destinate a segnarne la storia in modo decisivo. Una di queste è sicuramente lo scontro che separa in modo cruento Emirati Arabi Uniti e Turchia. Dal 2011 questa rivalità si è riverberata praticamente su ogni singolo conflitto che abbia animato il Medio Oriente e l’Africa settentrionale; la Turchia di Erdogan, attraverso l’appoggio ai Fratelli Musulmani, si pone come alfiere principale di tutto il mondo arabo-musulmano che punta alla politicizzazione dell’Islam. All’opposto, gli Emirati Arabi Uniti ritengono nemico chiunque sia vicino all’Islam politicizzato, Fratelli Musulmani in testa; sin dall’11 settembre 2001, gli emiratini si sono sempre schierati a fianco dell’egemone americano per proporsi come ideale guida del mondo arabo, per una certa propensione al moderatismo interno – per paura di perdere contatto tra la popolazione e le élite al potere, sostenendo economicamente e militarmente gli USA nella guerra al terrorismo, giovandosi così di un progresso militare che pochi altri attori del quadrante possono vantare.

L’atteggiamento ondivago americano durante le cosiddette “primavere arabe”, e il progressivo disimpegno di Washington nel quadrante durante l’éra Trump, ha lasciato aperti degli spazi che i contendenti si sono affrettati a cercare di riempire. Il naturale espansionismo turco, erede autoproclamato dell’impero Ottomano, ha trovato una sponda, logistica, diplomatica ma essenzialmente e sopra ogni altra cosa economica nel Qatar, piccolo emirato traboccante petrolio affacciato sul Golfo Persico la cui importanza capitale è facilmente intuibile da uno sguardo anche superficiale alla cartina geografica: si affaccia sull’Iran, è la porta dell’Oceano Indiano, vive nel perenne terrore di essere inglobato dall’alleanza solida e collaudata di Arabia Saudita ed EAU, corroborata ultimamente da segnali di dialogo con Israele.
Il culmine di questa guerra, neanche troppo fredda e non ancora così calda, si è raggiunto nel 2017, quando emiratini e sauditi hanno deciso di tagliare i rapporti col Qatar, chiudendone le frontiere territoriali ed aeree, tagliando materialmente fuori Doha da alcune tratte importantissime per l’approvvigionamento di beni essenziali quali cibo e risorse energetiche. Risultato dello scontro è stato trasformare il matrimonio di interessi turco-qatariota in una poetica storia d’amore, con l’esercito e la diplomazia turca che avanzano inesorabilmente nel Mediterraneo e in Medio Oriente con il supporto decisivo delle infinite risorse economiche qatariote.

E IL CALCIO?

Vien da chiedersi, in tutto questo, cosa c’entri il calcio. I prìncipi emiratini e qatarioti hanno investito letteralmente migliaia di miliardi di dollari nelle squadre più importanti dei campionati più rilevanti e remunerativi del continente europeo, dove si disputa questo sport a livello più elevato.
Gli Emirati, in questi anni, hanno comprato e portato alle stelle squadre di piccola e grande importanza nel mondo, investendo moltissimo nel movimento con sponsorizzazioni e compartecipazioni – il nostro Milan, squadra storica del campionato italiano, ad esempio, ha il logo della compagnia di bandiera Emirates ben evidente sulla propria divisa di gara; una squadra inglese ha addirittura battezzato il proprio stadio “Emirates”.
Il Qatar, però, è davvero un caso di scuola. Il Paris Saint Germain è una squadra francese di cui è proprietario l’emiro Nasser Al-Khelaïfi attraverso il fondo sovrano Qatar Investment Authority, presente in aziende importantissime quali Volkswagen (con una quota del 17%), Siemens, Disney, Credit Suisse e Barclays, tra le altre. Il PSG negli ultimi anni ha riversato nel sistema calcistico una quantità sbalorditiva di denaro in barba a qualunque esistente norma di regolamentazione economica, modificandone gli assetti in maniera decisiva: una per tutte, l’acquisto del campione brasiliano Neymar per l’incredibile cifra di 230 milioni di euro (non è un refuso). Gli stessi qatarioti sono i proprietari della televisione Al Jazeera ed attraverso essa, insieme ai turchi, gestiscono Bein Sports, un broadcaster mondiale che trasmette in tutto il globo le partite di calcio di tutti i campionati.
Ultimo, ma non per importanza: il Qatar, un paese che definire insignificante a livello calcistico è un eufemismo, ospiterà nel 2022 i mondiali di calcio, un evento planetario dall’appeal per certi versi superiore ad una Olimpiade.
Quest’ultima impresa, a ben guardare, è ancora piu’ sbalorditiva dell’aver speso duecento milioni di euro per un tizio che per mestiere prende a calci un pallone: per giocare a Doha si sposterà la data delle partite, tradizionalmente disputate d’estate, e non è un mistero che per raggiungere questo incredibile traguardo gli emiri abbiano oliato piu’ che abbondantemente gli organi decisionali del calcio mondiale, FIFA ed UEFA su tutti, fino a renderli ormai quasi un feudo qatariota.

E LA GEOPOLITICA?

FIFA ed UEFA, come detto, gestiscono i tornei europei e mondiali che garantiscono il grosso delle entrate per i club di tutto il mondo – leggasi: raccolgono gli incassi e distribuiscono i proventi.
Il gruppo degli scissionisti vuole sottrarre questa prerogativa agli organi decisionali del calcio e amministrarseli in casa; al tavolo sono stati invitati anche Paris Saint Germain e due importanti squadre tedesche, che invece si sono rifiutate di accodarsi a questa decisione di spartirsi la torta, criticando abbondantemente il comportamento delle pari blasonate. Una decisione apparentemente più che autolesionista. L’UEFA e la FIFA minacciano di escludere le squadre secessioniste e relativi calciatori tesserati dai propri tornei, e di multare i club dissidenti.

In queste ore, Boris Johnson ed Emmauel Macron si sono spesi pubblicamente per osteggiare questa decisione epocale. Macron dice che “la Francia sosterrà tutti i passi che saranno presi da Uefa, Fifa, Lega calcio e Federcalcio francesi per proteggere l’integrità delle competizioni federali, sia nazionali che europee”. Johnson ha twittato: “i piani per una Superlega europea sarebbero molto dannosi per il calcio e sosteniamo l’azione delle autorità calcistiche”. Suona davvero curioso che i leader di due delle massime potenze economico-militari del mondo si scomodino per occuparsi di temi frivoli quali l’organizzazione di un torneo sportivo, se non fosse che il Qatar, che rischia di vedersi scompaginata una onerosissima strategia di esercizio di soft power di lunghissimo corso col depauperamento tecnico-sportivo del mondiale di calcio, versa davvero una barca di miliardi nelle casse dell’erario dell’Esagono, e ha appena siglato un importante accordo di collaborazione militare col principale alleato atlantico dell’egemone mondiale.

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