Quale futuro per la Tunisia? Una analisi in vista delle elezioni di autunno

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Di Diego Bolchini

Un importante Paese del Maghreb come la Tunisia non sempre riceve regolare attenzione mediatica nazionale, diversamente dalle correnti criticità libiche e – in misura minore – dall’attuale fase di transizione politica algerina. Ciò accade anche in ragione della apparente stabilità di medio corso, superato il tumultuoso anno 2011 e il rovesciamento di Ben Ali, che rende a oggi il Paese meritevole dell’appellativo di success story nella politica araba contemporanea.

Ci sono stati degli episodi puntiformi anche negli anni più recenti che hanno portato ciclicamente il Tunisi all’attenzione internazionale. Si pensi ad esempio agli attentati al Museo del Bardo del marzo 2015 e di Sousse del giugno dello stesso anno. Ma ciò è avvenuto in una modalità piuttosto discontinua, prescindendo dalla mappatura di un sistema sociopolitico complesso composto da oltre 11 milioni di individui (quasi il doppio della Libia) che nel prossimo autunno si appresta ad importanti appuntamenti elettorali – parlamentari e presidenziali.

Un Paese strettamente connesso alla sponda nord mediterranea

Nel corso di una intervista resa a fine 2018 l’attuale Direttrice dell’Istituto Italiana di Cultura di Tunisi, Dott.ssa Maria Vittoria Longhi, ha evidenziato alcuni elementi significativi di interrelazione del Paese con la sponda Nord del Mediterraneo ed in particolare con l’Italia. La Rai è ad esempio ricevibile in Tunisia dal 1961, mentre già nel 1978 fu istituita la prima cattedra d’Italianistica all’Università de La Manouba. Oggi risultano essere sei gli Atenei tunisini in cui si insegna la lingua italiana e diversi libri di autori italiani come Umberto Eco risultano essere stati tradotti in dialetto locale.

Il ruolo tunisino nella sicurezza energetica nazionale viene ricondotto invece al Trans-Mediterranean (TRANSMED) o Metanodotto “Enrico Mattei” che connette l’Algeria alla Sicilia, trasportando il gas prodotto nel principale giacimento algerino, quello di Hassi R’Mel (550 km a sud di Algeri). L’utilizzo fisico del gasdotto dipende di fatto dalla Tunisia, sul cui territorio transitano le condotte prima dell’ingresso in mare verso l’Italia. Muovendo da una ottica Europea, è appena il caso di ricordare come la Tunisia sia anche parte della European Neighbourhood Policy (ENP) dell’Unione, beneficiando di strumenti di partnership così come di relazioni di cooperazione economica.

Le specificità tunisine e la sua storia politica e di sicurezza più recente

La Tunisia si pone in un contesto socio-religioso tendenzialmente omogeneo, con scarse divisioni da un punto di vista tribale (fatto che la differenzia in modo sostanziale dalla Libia) e religioso (una esigua minoranza di ebrei tunisini vive ad esempio sull’isola di Gerba). A differenza del più frastagliato Mashreq (Medio e Vicino Oriente) si registra inoltre nel Paese una sostanziale uniformità di culto sunnita di rito malakita. Un importante esponente di questa scuola giuridica viene considerato al-Sahnun (777-885), un giurisperito vissuto a Kairouan, cittadina interna dello Stato nordafricano.

Su un piano più squisitamente politico il Paese, affrancatasi dal dominio coloniale francese nel 1956, ha vissuto due lunghi cicli di potere personificati da Bourghiba (1957-1987) e Ben Ali (1987-2011). Se questa è la storia politica istituzionale, quella non istituzionale ha visto negli ultimi anni alla ribalta il fenomeno terroristico estremista. Il ramo tunisino di Ansar al-Sharia, gruppo salafita con marcate tendenze jihadiste sin dalla sua fondazione ufficiale – dopo la caduta di Ben Ali – si è posto durante i suoi anni di attività come una minaccia alla stabilità politica e alla sicurezza della Tunisia post-rivoluzionaria.

L’obiettivo principale di Ansar al-Sharia è stato la formazione di uno stato islamico in Tunisia articolato in gradi progressivi di pervasività sociale e approccio. Secondo l’analista statunitense Daveed Gartenstein-Ross, le fasi che contraddistinguevano il processo di radicalizzazione erano essenzialmente tre: 1) dawa (lavoro di persuasione missionaria); 2) hasba (prevenzione dall’errore); 3) jihad, come tristemente testimoniato ad esempio gli eventi del 2015. Oggi il gruppo estremista Okba Ibn Nafa, affiliato ad al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) risulta ancora pericoloso e attivo nel Paese specie nell’area del monte Chambi.

Di contro, sul piano della sicurezza, va ricordato che nel 2015 la Tunisia (già membro del Mediterranean Dialogue della NATO sin dal 1994) ha aderito alla Piattaforma di Interoperabilità per formare le sue unità e prendere parte alle attività di addestramento congiunto ed alle esercitazioni dell’AlleanzaSi configura quindi l’idea di rendere la Tunisia un potenziale Anchor State per la stabilità regionale. Come ha inoltre ricordato il Professore tunisino Nourredine Jebnoun in un recente lavoro, “the new post-authoritarian security context enabled Tunisia’s intelligence and security services to reposition themselves as seekers of managed rehabilitation with the aim of revamping their operational capabilities”.[1]

La Tunisia attuale rappresenta forse un unicum nel contesto maghrebino-nordafricano, in equilibrio dinamico tra diversi mondi e approcci cooperativi. Il prossimo autunno si disegnerà verosimilmente un nuovo equilibrio di potere tra il partito islamico moderato Ennahhda, quello maggiormente secolare Thaya Tounes e il partito del presidente in carica Essebsi, Nidaa Tounes. Nel medio termine, sul fronte interno, il Paese pare possedere le risorse e le strutture per riuscire ad attraversare le inevitabili transizioni istituzionali che l’attenderanno, al netto di possibili turbolenze di breve periodo e di stress test aperiodici, specie sul fronte economico interno (bilancia commerciale in negativo a causa delle importazioni di idrocarburi).

Sul fronte estero vicino, oltre alle non sempre lineari relazioni intra-maghrebine, va ricordato altresì che la Tunisia vanta un triste primato per numero di foreign terrorist fihgters generati ed esportati in relazione all’esperienza califfale. Fondamentale sarà dunque anche la politica di gestione degli eventuali returnee nel Paese.


[1]  Nourredine Jebnoun, Tunisia’s National Intelligence, New Academia Publishing, 2017, Pag. 97. Jebnoun è attualmente docente presso la Georgetown University’s Center in Contemporary Arab Studies – Edmund Walsh School of Foreign Service. Precedentemente è stato docente di strategia al National War College tunisino.

Fonte fotografica: https://www.flickr.com/photos/phr61/25252588484

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