Qual è la posizione della nuova Presidente della Commissione Europea in merito alla creazione di una Difesa Comune Europea?

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Nei prossimi anni l’Unione Europea è destinata ad affrontare le grandi sfide dell’immigrazione, del  terrorismo della flessibilità economica ma anche delle relazioni con la NATO e di una Difesa comune. In merito all’ultima questione, la difficoltà nel trovare una soluzione condivisa, ha riacceso il dibattito sulla nascita di una politica di sicurezza e difesa comune, sia a livello istituzionale che tra i cittadini europei. I sondaggi dell’Eurobarometro di marzo 2018, infatti, mostravano che il 68% degli europei era favorevole ad un’Unione che facesse di più in materia di difesa. Analogamente, a livello istituzionale, sia la Commissione Europea sia il Parlamento avevano espresso la volontà della creazione di una Difesa comune. L’ex Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, aveva sottolineato l’importanza di una politica di Difesa comune sin dal momento del suo insediamento. Nell’Agenda presentata al Parlamento Europeo nel 2014, intitolata “A new Start for Europe: My Agenda for Jobs, Growth, Fairness and Democratic Change” (in italiano, “Un nuovo inizio per l’Europa: La mia Agenda per il Lavoro, la Crescita, l’Uguaglianza e il Cambiamento Democratico”), Juncker elencava le linee guida del suo mandato, sottolineando come l’unione Europea fosse munita di un forte Soft Power ma estremamente carente in materia di Hard Power e aggiungendo che quest’ultima doveva essere in grado di proteggere i propri cittadini “at home and abroad” (in italiano, “a casa e all’estero”), dando voce ad un concetto di difesa estremamente rivoluzionario.                       
In vero, dal principio del suo mandato ad oggi, nonostante la Difesa continui ad essere una prerogativa nazionale, esiste una crescente cooperazione tra gli Stati membri. A partire dal 2016, l’Unione Europea incentiva tale cooperazione attraverso la creazione di diverse agenzie e fondi strutturali. Nel 2017, nasce la PESCO (Permanent Structured Cooperation), che attualmente vede coinvolti 25 Stati Membri in 34 progetti in materia di difesa. Nello stesso anno, nasce il FED (Fondo Europeo per la Difesa) che dovrebbe essere attivato tra 2021 e il 2027, che servirà da complemento agli investimenti nazionali e offrirà incentivi finanziari alla collaborazione per la ricerca, lo sviluppo e l’acquisto di nuovi equipaggiamenti e tecnologie militari. Da un punto di vista prettamente militare, L’UE ha al momento 16 missioni in tre continenti, che impiegano oltre seimila persone fra militari e civili. Da giugno 2017 c’è anche una nuova struttura di comando e controllo per migliorare la gestione delle crisi a livello UE.      
Sebbene siano stati fatti enormi passi in avanti in materia, ad oggi non esiste un esercito europeo e l’industria della difesa è oltremodo frammentata.         
Quest’anno, Juncker cede l’incarico di Presidente della Commissione e il dibattito sulla Difesa sarà ereditato dall’ex ministro della Difesa tedesco, Ursula von der Leyen.    
Benché sia presto per stabilire quale sia la posizione effettiva della von der Leyen a riguardo, da un’attenta analisi della sua Agenda politica, “A Union that strives for more” (in italiano, “Un’Unione più ambiziosa”), emergono una particolare propensione per un’Unione più forte ed unita socialmente ed ideologicamente e poca chiarezza su una difesa collettiva.             
In “A Union that strives for more”, l’ex-delfino di Angela Merkel, dedica un breve paragrafo alla Difesa europea, “Defending Europe” (in italiano, “Difendere l’Europa”), sottolineando come l’Unione debba dotarsi di una “Comprehensive Action”, ovvero di un raggio d’azione globale che le permetta di affiancare ad un ormai consolidato Soft Power, un potere coercitivo. Ella sottolinea come tale potere coercitivo, o Hard Power, darà all’Europa maggior rilievo a livello globale sia nei confronti delle Nazione Unite che nei paesi ai confini dell’Unione. Nonostante, quindi, evidenzi come l’UE debba fare grandi passi in avanti in materia di Difesa nei prossimi cinque anni, la nuova presidente rimarca che la NATO sarà sempre “the cornerstone of Europe’s collective defence” (in italiano, “la pietra miliare della Difesa Collettiva Europea”), rendendo meno plausibile l’idea di un esercito europeo e di una Difesa integrata.           
Quello che emerge dall’analisi delle sue linee-guida per i prossimi anni è, quindi, la volontà di creare un’Unione più forte globalmente, dotata di un potere coercitivo, ma non indipendente dalla NATO in materia di sicurezza e difesa. Si tratta, a mio avviso, di una scelta ponderata e realista. L’edificazione di una difesa collettiva può garantire vantaggi industriali e strategici, allo stesso tempo, l’Indipendenza securitaria dalla NATO potrebbe creare ulteriori attriti tra l’Unione e gli Stati Uniti. In attesa di un contesto politico internazionale più favorevole, è auspicabile sostenere tutte quelle agenzie che, sotto vari profili, lavorano per la creazione di una Difesa Comune Europea e intensificare le collaborazioni tra le Forze Armate dei Paesi Membri UE. Gli esperimenti basati sulla creazione di reggimenti “misti” deve continuare e, anzi, rafforzarsi coinvolgendo tutti gli Stati in modo da trovare comuni modalità organizzative in termini di metodi d’ingaggio e di un linguaggio militare che in futuro accomuni una quota importante di ogni singolo esercito nazionale.
https://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/security/20190612STO54310/difesa-l-ue-sta-creando-un-esercito-europeo
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