I flussi migratori che interessano il Mediterraneo, per la parte relativa ai salvataggi in mare, sono spesso oggetto di strumentalizzazione ai fini di propaganda politica. Sulla questione, alcune posizioni, in particolare, generano disorientamento e disinformazione. Si rende necessario, quindi, chiarire alcuni aspetti cardine che regolano la disciplina internazionale dell’obbligo del soccorso in mare del naufrago.

Preliminarmente, va ricordato che le Convenzioni internazionali impongono un limite alla potestà legislativa dei singoli Stati firmatari. In particolare, il diritto internazionale e i Trattati internazionali sottoscritti dall’Italia, non possono essere derogati da scelte discrezionali del decisore politico (artt. 10, 11, 117 Cost.).

Conseguentemente, come secondo punto di analisi, si rende opportuna la disamina delle quattro Convenzioni internazionali fondamentali, quali pilastri del principio inderogabile dell’obbligo di salvataggio.

La Convenzione SOLAS (Safety-Of-Life-At-Sea – Londra 1974), elaborata dall’International Maritime Organization, impone il dovere di soccorso in mare di un mezzo in pericolo, senza discriminazione alcuna. È previsto, inoltre, che ciascuno Stato aderente organizzi meccanismi di comunicazione e coordinamento nelle rispettive aree di responsabilità ed intorno alle proprie coste.

La Convenzione SAR (Search-And-Rescue – Amburgo 1979), indica agli Stati firmatari le modalità di svolgimento dei servizi di ricerca e soccorso. L’accordo impone l’obbligo di istituzione di una specifica “regione” (c.d. zona Sar); al suo interno, l’azione di search and rescue, dovrà compiersi in modo sistematico e permanente.

La Convenzione UNCLOS (United-Nations-Convention-on-the-Law-Of-the-Sea – Montego Bay 1982), ratificata da ben 156 Stati e dall’UE, all’art. 98 (duty to render assistance) disciplina l’obbligo di soccorso, definendone natura e limiti. In essa si precisa, altresì, che tale obbligo ricade sui comandanti di qualsiasi imbarcazione battente bandiera di uno Stato parte della Convenzione. In aggiunta, si ribadisce che il dovere di soccorso sussiste nei confronti di chiunque si trovi in una situazione di pericolo in mare e che le relative operazioni di salvataggio si svolgano “quanto più velocemente possibile”.

La Convenzione SALVAGE (International-Salvage-Convention – Londra 1989), infine, all’art. 10 comma 1, obbliga i capitani delle navi ad assistere chiunque si trovi in pericolo di perdersi in mare. Il seguente art. 16 precisa che nessun compenso, ad alcun titolo, è dovuto alle persone salvate.

Dalla superiore disamina è indubbio quindi che, in primo luogo, la cornice internazionale non lascia margini di intervento a statuizioni legislative interne; secondariamente, il diritto del naufrago così delineato esclude valutazioni discriminatorie individuali (migrante, richiedente asilo, profugo, clandestini, …) imponendo l’intervento di salvataggio di qualunque naufrago in tempi celeri ed a titolo totalmente gratuito.

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