Abu Ibrahim Al-Hashimi Al-Qurayshi, secondo leader dell’IS, è morto. Si è fatto saltare in aria nel suo compound, ad Atimah, in Siria, quando ormai era circondato dai soldati statunitensi e senza più alcuna speranza di fuggire.

Una detonazione improvvisa, che presumibilmente ha ucciso, insieme al capo dell’organizzazione terroristica, anche alcuni membri della sua famiglia, inclusi donne e bambini.

A ben guardare, si tratta della stessa modalità adottata, nell’ottobre 2019, da Abu Bakr Al-Baghdadi, predecessore di al-Qurayshi e autoproclamato califfo dello Stato Islamico. Anche lui si era fatto esplodere, dopo essere stato assediato dalle forze americane mentre si trovava nel suo nascondiglio – a Barisha, in Siria, a poco più di venti chilometri da quello di al-Qurayshi –.

MORIRE SULLA VIA DI ALLAH

A differenza di quanto si possa pensare, l’atto del suicidio compiuto dai due leader dell’Is non manifesta soltanto la volontà di non cadere nelle mani del nemico.

Nell’ideologia del salafismo jihadista professata dall’organizzazione, tale gesto rappresenta la cieca adesione a una causa politico-religiosa che spinge a sacrificare perfino la propria vita per ideali più grandi.

Non solo: si tratta anche di un messaggio molto importante trasmesso ai seguaci. L’atto di sacrificare se stessi è sia un’azione sociale, in quanto coinvolge una rete di relazioni, sia religiosa: equivale ad un atto di rinuncia, a un “dono” verso la nazione – intesa come Umma –, ad un’offerta di sé che viene così resa sacra.

Siamo in presenza di una sorta di “eredità” per i seguaci, di una “materializzazione dell’ideologia”, legata al concetto di sacralità del corpo, di commemorazione e agiografia del defunto. In sintesi, un gesto ricco di significati, degno – in questa prospettiva estremista – di essere emulato.

QUALE FUTURO PER L’IS?

In merito all’accaduto, la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha dichiarato che la morte di al-Qurayshi “infligge un colpo catastrofico all’Isis”. In meno di tre anni, infatti, l’Is ha perso il territorio che aveva conquistato nel Siraq e due leader.

Molte sono le domande sul futuro dell’organizzazione, alle quali si potrà dare qualche risposta in seguito alla nomina del prossimo capo, la cui leadership potrebbe anche essere collocata al di fuori del Medio Oriente, in una delle “province” più solide dell’organizzazione, in Asia o in Africa.

Ciò, tuttavia, non rappresenta necessariamente un segno di debolezza. Già a partire dal 2016, dunque molto prima della sua sconfitta territoriale, l’Is aveva iniziato la sua trasformazione in una galassia fluida, dislocata in tutto il mondo e composta da formazioni indipendenti e autonome, ma ideologicamente legate.

Lo stesso al-Qurayshi – forse anche a causa della perdita di fiducia nei suoi confronti, in seguito alle indiscrezioni sul suo passato di collaboratore con le forze americane – manteneva un basso profilo nel suo rifugio di Atimah e gestiva le operazioni terroristiche a distanza, dando delega ai vertici locali.

IL VERO NEMICO È L’IDEOLOGIA

Certamente, come ha dichiarato il presidente Biden nelle ore successive all’accaduto, “questa operazione testimonia la capacità dell’America di eliminare le minacce terroristiche in qualsiasi parte del mondo”.

Tuttavia, l’Is, come altri gruppi terroristici, ha già dimostrato ripetutamente le sue capacità di adattamento e resilienza, sia nella pronta nomina di un successore sia nel suo cambio di strategia: da organizzazione di insorti, con roccaforti fisse, a rete terroristica clandestina e dislocata in tutto il mondo.

La guerra contro il terrorismo jihadista non può essere vinta limitandosi a sconfiggere le singole cellule terroristiche, seppure si tratti di vittorie molto importanti; necessaria, piuttosto, è l’attuazione di politiche di contrasto all’ideologia, attraverso programmi di prevenzione e di de-radicalizzazione.

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