Gli Stati Uniti d’America hanno aggiornato la propria dottrina sul diritto dei conflitti armati, pubblicando un nuovo manuale destinato alla formazione dei comandanti chiamati a operare sul campo, sostituendo la precedente versione risalente al 1956. L’innovazione ha una portata significativa, in quanto il testo è stato arricchito con approfondimenti circa i concetti di distinzione, proporzionalità e necessità militare. Inoltre, è stato affrontato il problema della definizione di “obiettivo militare”, anche alla luce delle norme del diritto internazionale umanitario.

Quest’ultimo aspetto è di particolare interesse, poiché nel manuale vi sono riferimenti al I Protocollo addizionale alle Convezioni di Ginevra, il quale, pur non essendo stato ratificato dagli USA, ha in parte trovato spazio nel diritto bellico americano. Prima di entrare nel merito, è opportuno sottolineare l’importanza dell’argomento nel contesto delle operazioni militari congiunte, in particolare in ambito NATO. Infatti, la necessità di pervenire a una omogeneità di definizioni e principi generali si fonda su ragioni estremamente pratiche, trattandosi di individuare gli obiettivi che possano essere oggetto di attacco nel corso di operazioni congiunte. Al momento gli unici due Stati membri della NATO a non aver ratificato il I Protocollo del 1977 sono Turchia e USA (la Francia ha provveduto nel 2001).

Secondo il manuale, nei conflitti armati sono considerati obiettivi militari le persone e gli oggetti che per loro natura, ubicazione, scopo o uso, apportano un contributo effettivo all’azione militare e la cui distruzione totale o parziale, cattura o neutralizzazione offrono nelle circostanze del momento, un vantaggio militare preciso (cap. 2, par. 29). Vi è quindi una sostanziale convergenza con la definizione contenuta nell’art. 52 del suddetto Protocollo.

Ciò detto, vi è una particolarità concernente l’interpretazione del principio di necessità militare che merita attenzione. Il testo descrive la necessità militare come elemento che giustifica l’adozione di ogni iniziativa, non proibita dal diritto bellico, necessaria per sconfiggere il nemico nel modo più rapido ed efficiente possibile (cap. 1, par. 23). Tale dottrina, affatto estranea alla tradizione americana, riflette una visione pragmatica delle operazioni militari, apprezzabile per certi aspetti.

Tuttavia, le variabili della rapidità e dell’efficienza potrebbero generare incertezze interpretative alla luce del principio di proporzionalità, che obbliga i belligeranti a non provocare danni collaterali superiori al vantaggio militare che si intenda ottenere. In proposito, il manuale contiene la seguente motivazione, che merita di essere valutata: «la necessità militare non obbliga i comandanti a utilizzare il minimo della forza necessaria in una data situazione; una tale interpretazione della necessità militare avrebbe l’effetto di prolungare le ostilità e aumentare le sofferenze» (cap. 1, par. 24).

In ossequio al principio di distinzione, al capitolo 4 sono state inserite disposizioni specifiche riguardo la tutela delle organizzazioni che offrono assistenza umanitaria, considerata la loro diffusa presenza nei teatri operativi. Tale innovazione ha reso il testo più adatto al contesto attuale, ed è risultata opportuna dopo il tragico incidente del 3 ottobre 2015, quando un AC-130 ha attaccato un ospedale di Medici Senza Frontiere nella città afgana di Kunduz, provocando decine di morti e la distruzione di parte della struttura.

Tra le novità rilevanti, che avvicina gli Stati Uniti all’opinione generalmente accettata, vi è anche l’indicazione secondo cui sono da considerare come crimini di guerra solo le violazioni gravi del diritto dei conflitti armati, pur perseguendo penalmente o in via amministrativa, attraverso provvedimenti disciplinari, le altre infrazioni.

Infine, merita un accenno il riferimento all’onore (o “cavalleria”) che le forze armate devono costantemente osservare durante le operazioni militari, rispettando il diritto bellico, riconoscendo la dignità del nemico e trattando umanamente i prigionieri di guerra.

Foto: US Army.

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