Mahmud Gibril e il suo punto sulla Libia: Stato di diritto, investimenti e occupazione

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di Antonio Luciano

“I nuovi popoli richiedono un nuovo modo di pensare il mondo e forgiarlo”, questo ha dichiarato Mahmud Gibril, ex primo ministro ad interim della Libia nel 2011, nel corso del suo intervento alla conferenza organizzata il 9 ottobre dalla Nato Defense College Foundation, dal titolo “Arab geopolitics after the caliphate: how to exit the fragmentation trap”.

Secondo Gibril la maggior parte dei problemi politici e strategici riguardano il fatto che la globalizzazione ha portato una serie di innovazioni. Per esempio, la primavera araba del 2011 non si è compiuta immediatamente dopo la seconda guerra mondiale perché solo nei primi dieci anni del nuovo millennio abbiamo avuto una nuova generazione connessa con il mondo. 

Dunque, per l’ex Primo Ministro bisognerebbe favorire lo sviluppo dei paesi come la Libia, in modo che il livello di povertà possa diminuire e si possano raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

“Occorre un’interconnessione delle menti non delle armi, i giovani vogliono l’occupazione lavorativa”, ha continuato Gibril, “si ha la necessità di una cooperazione tra NATO e Lega araba per consentire una più ampia partecipazione dei giovani a costruire una nuova economia competitiva”, per poi precisare, “lasciando però il processo in mani arabe”.

Gibril auspica ad un maggiore investimento di risorse degli attori internazionali, come per esempio un eventuale realizzazione di investimenti in Libia congiunti tra ENI e TOTAL. “Perché non avviamo dei progetti europei finanziati con soldi libici, in modo da creare qualcosa di nuovo e diffondere competenze e conoscenze mai viste prima?”, si domanda l’ex Primo Ministro. 

Infine, il pensiero di Gibril è che bisogna uscire da questa frammentazione araba e il primo passo da fare è costruire interessi comuni e non identità nazionali. La sfida della Libia è creare un governo effettivo, non governi con legittimità internazionale. “La vera questione non è avere le armi”, sottolinea l’ex Primo Ministro libico, ”oltre a questo bisogna avere uno Stato di diritto e trasmettere conoscenze. Fino ad oggi non si è sviluppato uno Stato di diritto in cui ognuno si sentisse parte del progetto”.

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