L’UE e l’Italia hanno bisogno di una nuova relazione con l’Alleato Turco nel Mediterraneo

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di Maurizio Geri

La Turchia probabilmente non entrerà mai nell’UE, è troppo lontana ancora dai sistemi democratici Europei, e soprattutto è una potenza Musulmana. Ma probabilmente non lascerà nemmeno mai la NATO, per gli Stati Uniti è uno degli alleati più cruciali, e la loro alleanza ha dimostrato resilienza e adattamento nei decenni, non ultimo dopo l’avvicinamento turco con la Russia. La posizione Turca quindi è difficile da essere gestita da parte Europea, almeno a livello di politica e sicurezza, dato che è un Alleato ma non un paese che l’UE ama politicamente o culturalmente, anche se a livello economico fa già parte della Euro-Mediterranean partnership, con l’idea di creare un’area di libero scambio in futuro nel Mediterraneo.

Oggi con il caso Libia ancora di più l’UE è a un bivio con la Turchia: continuare a combattere con accuse reciproche, per violazione dell’embargo da una parte e mancanza di aiuti al governo riconosciuto dall’ONU (anche se un po’ troppo vicino all’Islam politico per piacere completamente all’UE) dall’altra, fino ad arrivare a qualche escalation militare? Recentemente tra l’operazione IRINI e il sostegno turco al governo GNA in Libia per esempio si è rischiato lo scontro, e siamo solo all’inizio fra Libia, conflitti sull’energia nel Mediterraneo orientale e ostilità di sempre con Grecia e Cipro. Oppure l’UE e la Turchia potrebbero pensare a una nuova partnership, un grand bargain, per questo e i prossimi decenni, che rimescolerebbe le carte nel nuovo Mediterraneo?

La Turchia infatti potrebbe rappresentare il partner strategico fondamentale dell’Europa non solo per il Mediterraneo ma per tutta la regione MENA, nella nuova era della Competizione fra Grandi Potenze (e fra poteri regionali) e non solo per la sua posizione geografica che può proteggere l’Europa dal caos del Levante. La Turchia infatti è in grado prima di bilanciare, e poi di mediare, con le autocrazie asiatiche che stanno crescendo nella regione MENA, in primis la Russia e l’Iran, ma in futuro forse anche la Cina e la sua BRI. Inoltre la Turchia rappresenta la porta al Medioriente per il contienente Europeo, con tutta la sua carica di minacce, rifugiati e instabilità, e può svolgere un ruolo decisivo anche nelle future relazioni tra le potenze sunnite e il potere sciita, essendo il paese Musulmano, non Arabo, con le relazioni storicamente più strette con l’Iran. La Turchia è anche di nuovo vicina ad Israele (anche se l’alleanza Israelo-Saudita potrebbe raffreddare questo rapprochement) e ha un grand soft power nel mondo Islamico perché rappresenta il paese più apprezzato, il paese a cui guardano i musulmani dall’Indonesia alla Mauritania.

La Turchia attuale ha forti problemi con i valori democratici e lo stato di diritto, con violazioni dei diritti umani, in particolare con le minoranze (il sottoscritto ha redatto un libro su questo) ed Erdogan sta agendo con eccessiva veemenza nell’affermare il suo potere nel Mediterraneo. Ma i governi e i regimi prima o poi passano mentre i paesi e i popoli rimangono. Ma soprattutto la Turchia, come tutti gli altri paesi, non si muove geograficamente e rimarrà per sempre il ponte tra Oriente e Occidente, l’attore cruciale di confine tra Europa e Asia, con le sue frontiere con l’Iran, l’Iraq, la Siria, il Caucaso e la Russia (attraverso il Mar Nero). Gli Stati Uniti lo sanno benissimo da quando hanno integrato la Turchia nella NATO nel 1952. E la Turchia è un alleato determinante per la NATO ancora di più oggi, come abbiamo visto con il recente accordo di Trump con Erdogan. Oggi, con la crisi libica, è quindi il momento giusto per ripensare strategicamente le relazioni tra UE e Turchia, e anche con il resto dei paesi del Mediterraneo extra UE, non più come “parte dell’Unione” (oramai dopo vent’anni di trattative questo momento si è allontanato forse per sempre) ma come “partner dell’Unione”.

E l’Italia, in molti modi, potrebbe essere il paese cruciale per fare da pioniere a questa nuova partnership e riallineamento. Prima di tutto politicamente, come uno dei sei fondatori dell’integrazione europea, l’Italia ha la legittimità per farlo. Geograficamente nel mezzo a Mediterraneo, l’Italia rappresenta il ponte tra la parte Est e Ovest del ‘Mare tra le terre’: nel Mediterraneo orientale non ci sono Francia o Spagna a rappresentare l’UE, ma l’Italia e la Grecia. Storicamente poi, è collegata alla Turchia e alla regione Mediorientale attraverso scambi di popolazione e scambi economici e culturali per migliaia di anni, a cominciare dall’Impero Romano ovviamente, ma senza il colonialismo che rende gli altri paesi Europei poco benvoluti dall’altra parte del mare. L’unica questione è che l’Italia è anche la culla del Cristianesimo, il luogo dove risiede il Vaticano, mentre la Turchia è l’erede dell’Impero Ottomano, un Impero che ha combattuto la Cristianità e l’ha spodestada in quanto l’Asia minore è stata per secoli la regione di origine del Cristianesimo (tutti i primi Consigli Cristiani furono tenuti nell’Impero Romano d’Oriente, nell’odierna Turchia). Pertanto, la profonda diversità di identità religiosa e le memorie storiche rendono questa collaborazione difficile, ma non impossibile se pensiamo in modo pragmatico.

Prima di tutto all’Italia non conviene strategicamente incrementare la conflittualità con la Turchia in Libia. Un secolo fa, quando l’Italia dichiarò unilateralmente la guerra all’Impero ottomano nel 1911, per conquistare la provincia della Tripolitania che sarebbe diventata la “Libia italiana”, il conflitto stimolò il nazionalismo balcanico contro l’Impero Ottomano, un precursore della prima guerra mondiale. Ma oggi siamo nel 2020 e già la Turchia ci ha scavalcato nelle nostre zone d’influenza tradizionali, il Corno d’Africa e ora appunto la Libia, visto il suo ruolo di potenza regionale maggiore del nostro (anche perché noi come tutti gli altri paesi UE, siamo giustamente bloccati da ‘politiche di potenza’ dall’integrazione Europea). Ultimamente l’aiuto nel sequestro di Silvia Romano ha dimostrato quanto la Turchia sia potente nella zona, e quanto sia disposta a collaborare con l’Italia. Quindi la vendita recente di fregate italiane all’Egitto, seguendo il modello francese di sostegno ad Al Sisi contro la Turchia in Libia, non è sembrata molto visionaria strategicamente. Anche perché come ha detto recentemente l’Ammiraglio De Giorgi in un articolo su Difesa Online: “chi immagina che sottomettendoci alla volontà del generale Al Sisi, l’Italia si assicuri la protezione dell’Egitto, a tutela dei nostri interessi in chiave anti turca, è destinato a rimanere deluso”. Infatti, Turchia e Egitto, loro sì in maniera pragmatica, si metteranno d’accordo per le sfere d’influenza in Libia come Turchia e Russia hanno fatto in Siria, dopo le scaramucce da guerra di procura.

Sarebbe necessario invece continuare e incrementare lo scambio politico, economico e strategico con la Turchia, anche se tenendo fermi i paletti sulle EEZ del Mediterraneo orientale che vedono la Grecia paese UE in conflitto con la Turchia appunto. Questo prima di tutto per evitare di allontanare ancora di più la Turchia dall’Europa avvicinandola alla Russia, come è successo quando Erdogan ha acquistato i missili Russi S-400 perché gli alleati non le hanno permesso di comprare da loro. Secondo perché pensare ad avere in un futuro prossimo un grand bargain ad ampio raggio richiede prima di tutto aumentare gli scambi economico-militari, che ci permetterebbero di entrare in accordi più ampi, dalle risorse energetiche del Mediterraneo orientale agli scambi commerciali più in generale, soprattutto ora che la Cina con la sua Belt and Road Initiative vuole farla da padrone nelle infrastrutture dell’Europa meridionale, con la costruzione di porti per ora commerciali, ma in un non lontano futuro sognando chissà di trasformarli in basi anche militari. Infine un maggior scambio politico-diplomatico (Di Maio visita per la seconda volta la Turchia quest’anno, sempre invitato dal suo omologo turco, che non ha ancora invitato in Italia) permetterebbe di aumentare la fiducia fra i due paesi, base primaria per tutto il resto. Ultimamente per esempio, il fatto che l’Italia non abbia firmato il documento di Francia, Grecia, Egitto ed Emirati, che accusava la Turchia di azioni illegali e provocazioni nel Mediterraneo orientale, è sembrato un segno positivo da parte Turca. Gli Stati Uniti inoltre non sarebbero che entusiasti di un nuovo ruolo Italiano in collaborazione con l’Alleato Turco. E la NATO comincerebbe ad avere un accento sempre più Mediterraneo, oltre che Atlantico, che è la richiesta Americana ormai da tempo.

Insomma se riusciamo ad uscire dalla logica del “mamma li turchi” e agiamo in maniera concreta e realista con la responsabilità di una potenza regionale anche noi, il Mediterraneo potrà diventare un’area di maggior stabilizzazione e prosperità in futuro, partendo proprio dal conflitto libico. In Libia infatti, prima o poi divisa in sfere di influenza come la Siria, sarà cruciale la ricostruzione del post-conflitto, sia per gli investimenti economici ed energetici dell’Italia, sia per gestire le future migrazioni di massa, data la bomba demografica che aspetta l’Africa Sub-Sahariana nei prossimi decenni (stime ONU: 2 miliardi e mezzo di persone nel 2050 e 4 miliardi e mezzo nel 2100).

Abbiamo bisogno di una chiara, realistica e pragmatica strategia di politica estera e di difesa per questo. We’ll see what happens come dice sempre il Presidente Americano, ma l’alternativa sarà inasprire un conflitto che non farà bene a nessuno, in primis all’Italia e all’Europa.

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