L’Operazione Ivy Bells

Come gli americani negli anni ’70 hanno spiato i movimenti della marina sovietica intercettando tutte le comunicazioni tra la base di sottomarina di Petropavlovsk e il quartier generale di Vladivostok nel Mare di Okhotsk.
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La Guerra Fredda per antonomasia viene associata alle storie di spionaggio, molte delle quali conosciute, altre poco, ma non per questo meno interessanti. Una di queste, l’Operazione Ivy Bells, ha visto gli Stati Uniti protagonisti di una complessa missione destinata alla sottrazione di informazioni sensibili dai cavi sottomarini di comunicazione russi. In particolare quello che interessava maggiormente agli americani erano le informazioni sulla tecnologia dei sottomarini e dei missili sovietici, specialmente sulle loro capacità di attacco nucleare.
IL MARE DI OKHOTSK
Negli anni ’70 la maggior parte delle comunicazioni militari, seppur criptate, erano a rischio di intercettazione, per questo il cavo telefonico risultava essere il sistema più sicuro e veloce per la trasmissione di comunicazioni riservate, specie se posato sul fondo del mare. Gli americani avevano capito che la base navale della flotta sovietica di Petropavlovsk, nella penisola della Kamchatka, era collegata al quartier generale della Flotta del Pacifico a Vladivostok attraverso un cavo di comunicazione sottomarino e decisero di trovarlo ed intercettarlo. A quel tempo, il Mare di Okhotsk era rivendicato dall’Unione Sovietica come acque territoriali, ed era off limits per le navi straniere, inoltre la Marina sovietica aveva installato una rete di dispositivi di rilevamento sonar lungo i fondali per rilevare gli intrusi.
L’USS HALIBUT
Con queste premesse l’operazione di intercettazione sembrava una follia, e forse qualcuno al Pentagono lo pensò veramente, ma alla fine un team composto da Marina, Nsa e Cia riuscì a ideare un piano. L’idea era quella di modificare il sottomarino USS Halibut (SSGN-587) e renderlo operativo per la missione, cioè diventare una base operativa subacquea per i sommozzatori. Era l’inizio della missione Ivy Bells, missione ancora oggi classificata.
L’Halibut spalò nell’ottobre del 1971 dalla base nelle Hawaii e iniziò subito le ricerche del cavo nell’area costiera del mare di Okhotsk cercando dei cartelli di divieto di ancoraggio di cui, dopo giorni di osservazione, ne fu trovato uno che riportava la scritta in cirillico “non gettare l’ancora. Cavo”. I sommozzatori si misero subito al lavoro: il sistema di intercettazione consisteva in un congegno agganciato direttamente al rivestimento del cavo sottomarino che a sua volta inviava le informazioni al “Cocoon”, un contenitore che registrava le comunicazioni intercettate su un disco magnetico.
IL COCOON
Il dispositivo di 5,5 m di lunghezza e 1,2 di diametro pesava 7 tonnellate ed ospitava diverse avanzate apparecchiature elettroniche. Aveva un alimentatore al plutonio che era in un altro contenitore e poteva funzionare per 10 anni. 32 registratori funzionavano contemporaneamente e ciascuno poteva registrare per 150 ore, per un totale di 3.000 ore. Una volta al mese il sottomarino statunitense dispiegava i subacquei avvicinandoli al contenitore Cocoon per recuperare le registrazioni.
Quando furono analizzati i primi dati, gli analisti americani rimasero sbalorditi nel sentire in chiaro i discorsi degli ammiragli della marina sovietica. Le intercettazioni sul traffico tra alti ufficiali sovietici fornivano informazioni preziose sulle operazioni navali a Petropavlovsk, la base di sottomarini nucleari primari della Flotta del Pacifico, sede di sottomarini con missili balistici a propulsione nucleare di classe Yankee e Delta. I primi nastri registrati hanno poi rivelato che i sovietici erano così sicuri della sicurezza del cavo che la maggior parte delle conversazioni fatte su di esso non erano criptate.
LA SCOPERTA
Da qui iniziò una delle più lunghe, complesse e costose operazioni di spionaggio della storia che continuò per diversi anni con l’USS Halibut che continuerà ad effettuare le sue missioni nel mare di Okhotsk fino al 1975, anno in cui verrà sostituto dal più modero ed efficiente USS Seawolf. Altri dispositivi furono piazzati in altre parti del mondo, con strumenti sempre più efficaci e altri nuovi sottomarini. Accadde però, sul finire dell’estate del 1981, che i sovietici riscontrarono dei problemi nelle comunicazioni e dedussero che vi fossero stati dei problemi al cavo, si pensò ad un danneggiamento da parte di un peschereccio. Quando però, i sub russi si calarono nelle acque, trovarono il dispositivo attaccato al cavo, che fu staccato e portato in superficie.
LA FALLA
Quello che in realtà successe è ben diverso. Fu Ronald Pelton , un agente dell’NSA, specialista di comunicazioni che, indebitato fino al collo, contattò l’ambasciata sovietica a Washington per vendere tutte le informazioni in suo possesso, tra cui quelle dell’Operazione Ivy Bells. Nei giorni successivi i satelliti americani registrarono un’anomala attività navale con unità militari sovietiche, tra cui una nave di salvataggio, proprio nell’area dove era stato piazzato il dispositivo. A quel punto gli americani inviarono l’USS Parche a recuperare le registrazioni del Cocoon, che quando arrivò nel mare di Okhotsk, non trovò il dispositivo e conclusero che era stato prelevato dai sovietici.
Nel luglio 1985, Vitaly Yurchenko, un colonnello del KGB che fu il primo contatto di Pelton a Washington, disertò negli Stati Uniti, fornì le informazioni che alla fine portarono all’arresto della spia.
Nel 2014, nella regione della Chukotka, due pesatori russi hanno recuperato un oggetto molto simile al cocoon, segno che effettivamente l’Operazione Ivy Bells è stata scoperta, ma non tutti i sistemi di intercettazione sparsi nel mondo.

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