Il 25 marzo il ministro degli Esteri, Luigi di Maio, in una missione congiunta con i suoi omologhi, di Germania, Heiko Maas, e di Francia, Jean-Yves Le Drian, è volato a Tripoli. Lo scopo è quello di dare un chiaro appoggio politico al governo provvisorio libico di Abdul Hamid al-Dbeibah, frutto di un lungo ed intenso lavoro diplomatico concretizzatosi con il clamoroso fallimento dell’offensiva di Khalifa Haftar sulla capitale.

Per Di Maio, ormai alla settima visita nel paese nordafricano in due anni, è indispensabile dare stabilità al paese, un concetto ribadito anche alla ministeriale Esteri della Nato di due giorni fa, durante la bilaterale con il Segretario di Stato Usa Tony Blinken, cominciando con il ritiro delle migliaia di mercenari ancora presenti nel paese, spesso sudanesi e ciadiani ingaggiati nelle forze di Haftar ma anche europei e russi, come pure con la riapertura la strada che da Misurata porta a Sirte.
       La proposta del ministro italiano è quella “dell’avvio della Missione di Monitoraggio e Verifica del cessate il fuoco sotto egida Onu” poiché la situazione politica in Libia, sebbene con un governo eletto e comunque in carica fino a Natale, continua ad essere delicata, vuoi per la tradizionale realtà di un tessuto sociale frammentato in tribù che di fatto si autogovernano. D’altronde, come ha spiegato in più occasioni Di Maio e con lui i suoi predecessori, la Libia rappresenta per l’Italia “un dossier prioritario” sia sul fronte della sicurezza che per “i nostri interessi geostrategici”. E dopo che altre potenze hanno cercato di mettere il piede in Libia, a cominciare dalla Francia con il suo neanche tanto velato supporto ad Haftar l’Italia, che ha sempre sostenuto il governo riconosciuto dalla Comunità internazionale, torna a proporsi come interlocutore diretto anche a nome dell’Unione Europea: “La Libia – riporta la Farnesina – è un tema di sicurezza nazionale ed è un bene che l’Ue parli con una sola voce, condividendo rischi, obiettivi e opportunità di crescita e sviluppo”.

Lotta di potere a Tripoli

 A metà marzo, dopo 17 mesi di guerra, Tripoli e Tobruk, tramite il premier Fayez al Serraj e il presidente del parlamento Aguila Saleh, hanno annunciato il cessate-il-fuoco. Khalifa Haftar, protagonista della campagna militare contro la capitale libica, ha bocciato l’intesa escludendo una ripresa della produzione petrolifera. Ma da allora, per grandi linee, il cessate-il-fuoco raggiunto grazie alla mediazione di Russia, Turchia e Stati Uniti sembra reggere. La situazione però non migliora, per via del clima di sfiducia e frustrazione della popolazione civile, provata da lunghi mesi di combattimenti e scesa in piazza nelle ultime settimane per denunciare le privazioni e la corruzione delle milizie imperanti. Ed è proprio sullo sfondo delle tensioni che si sta consumando l’ultima faida interna al governo di Tripoli, che ora concorre a minacciare la stabilità della tregua. Se come sottolineato dai media, Di Maio punta alla ripresa dei vecchi accordi italo-libici firmati da Silvio Berlusconi, con l’obiettivo di dare nuovo impulso agli investimenti italiani nel paese, la missione italiana dovrebbe mirare anche a riguadagnare spazi di manovra e la perdita di influenza in un paese in bilico fra guerra e pace, ma strategico per l’Italia sotto molteplici punti di vista.

Italia, un nuovo approccio

Dopo mesi di stallo, l’annuncio riguardante il cessate il 21 agosto scorso, ha aperto all’Italia un’opportunità per riprendere posizione e riguadagnare l’influenza perduta nel paese. Dopo aver cercato sponde con il fronte di Khalifa Haftar, sostenuto da Parigi, Roma è tornata al fianco delle forze di Tripoli, che sta assistendo nello sminamento dei quartieri periferici della capitale.

Il dossier migrazioni: a luglio, il governo italiano ha rinnovato un accordo sull’immigrazione secondo il quale Roma continuerà a finanziare la guardia costiera libica per limitare il flusso di migranti e rifugiati dal paese. È uno dei temi più controversi nell’ambito dei rapporti tra i due paesi, poiché come confermato da alcune inchieste giornalistiche i fondi stanziati dall’Italia finirebbero nelle mani di trafficanti e milizie alimentando le violazioni dei diritti umani nel paese. Anche in questo senso dunque, la stabilizzazione della Libia è essenziale per gli interessi italiani, perché consente di individuare partner affidabili e chiamati a rispondere della gestione dei flussi migratori.

Ma il rinnovato dinamismo dell’Italia va inteso anche come la reazione ad un ‘riallineamento’ con i partner europei, Francia e Germania in primis, su obiettivi precisi: ridurre la dimensione internazionale del conflitto, favorire la ripresa della produzione petrolifera e contenere i flussi migratori. Particolare non da poco, è ridurre la crescente influenza di Ankara sulla sponda sud del Mediterraneo. Erdogan, sta acquisendo sempre più potere.

La nuova visita di Draghi

Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, accompagnato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si è recato il 6 aprile a Tripoli in Libia, dove ha incontrato il premier Abdul Hamid Dbeibah. “E’ stato un incontro straordinariamente soddisfacente, caloroso e ricco di contenuti – ha detto il premier -. Abbiamo parlato della nostra collaborazione in campo progettuale con precisi riferimenti alle infrastrutture civili, in campo energetico, sanitario, culturale. Si vuole fare di questa partnership una guida per il futuro nel rispetto della piena sovranità libica. C’è la volontà di riportare l’interscambio economico e culturale ai livelli di 5-6 anni fa” Tornando sul fronte immigrazione, Draghi ha dichiarato: “Esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa nei salvataggi, nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia. Ma il problema non è solo geopolitico, è anche umanitario e in questo senso l’Italia è uno dei pochi Paesi che tiene attivi i corridoi umanitari”.

La ripresa dell’attività diplomatica in Libia è una causa molto importante, non solo per il nostro paese ma per l’intera comunità internazionale. L’auguro è che il governo di Dbeibah, possa riportare la stabilità all’interno del paese africano, dopo ben dieci anni di scontri. Attualmente tutti i maggiori governi del Mediterraneo monitorano la situazione, cercando di accreditarsi presso il nuovo esecutivo libico. L’immigrazione e il fattore economico, restano i motivi di interesse principali.

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