di Laura Cianciarelli

Giovedì 4 aprile le forze fedeli al generale Khalifa Haftar, uomo forte del governo di Tobruk, hanno marciato su Tripoli, capitale della Libia e sede del governo di Fayez Al-Sarraj, il presidente libico sostenuto dalle Nazioni Unite. L’avanzata su Tripoli ha dato il via al tanto temuto scontro tra Haftar e Al-Sarraj; una resa dei conti che l’Onu tenta da anni di evitare, battendosi per una soluzione di compromesso, attraverso un processo di riconciliazione nazionale. La capitale rappresenta l’ultima tappa per il governo di Haftar, che nel 2017 aveva già conquistato Bengasi, la principale città della Cirenaica, nella Libia orientale, e all’inizio di quest’anno il sud del Paese, la regione del Fezzan. Un’avanzata – dal Fezzan verso la capitale – che ricorda molto quella del 2011 contro l’ex leader libico, Muammar Gheddafi. Non è l’unico parallelismo con il colonnello. Mentre Tripoli era ancora nel caos, nonostante la presenza delle Nazioni Unite, Haftar è riuscito a superare le frizioni tra le tribù della Cirenaica, attirando il sostegno di forze straniere quali Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Ottenuti sia risultati politici, sia territori chiave del Paese – ad esempio, Bengasi e Sebha, capoluogo del Fezzan -, Haftar è riuscito a fare ciò che, finora, è risultato impossibile a chiunque dopo Gheddafi: unificare, almeno militarmente, un territorio vasto ed eterogeneo, con il supporto di numerose potenze straniere. L’evoluzione dello scontro tra i due governi libici preoccupa molto la comunità internazionale, ma non si tratta di un fulmine a ciel sereno. Da tempo, ormai, Al-Sarraj – posto a capo del governo di Tripoli dalle Nazioni Unite nel 2015 – ha perso qualsiasi credibilità. D’altra parte, la partita giocata da Haftar lo ha reso una pedina indispensabile nello scacchiere libico. Celebrato dai suoi sostenitori come il liberatore della Libia dalla minaccia estremista, Haftar vuole mettere a segno un colpo di stato militare, proprio come quello che, mutatis mutandis, aveva inaugurato il governo di Gheddafi. Nonostante la partita per Haftar o Al-Sarraj si stia ormai giocando tra attori regionali – con Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti al fianco del primo e l’asse Turchia, Qatar e Sudan a favore del secondo -, l’importanza strategica della Libia a livello internazionale è tale da non consentire che lo scontro tra i due governi venga gestito come una “semplice” guerra civile. A livello europeo, in particolare, l’eco dello scontro tra Haftar e Al-Sarraj vede contrapporsi Macron e Conte, sostenitori, rispettivamente dei governi di Tobruk e Tripoli. Recentemente, la Francia ha bloccato un documento – stilato dall’Unione Europea – che condannava in maniera unanime l’assalto dell’uomo forte di Tobruk. Un atto non gradito all’Italia che, oltre a vantare profonde relazioni con la Libia, legate al suo passato coloniale, è in larga parte dipendente dalle risorse energetiche libiche. Proprio Roma, infatti, è il Paese che maggiormente potrebbe fare le spese di questa instabilità sotto molti punti di vista, primi fra tutti il settore energetico e la minaccia del terrorismo. Su quest’ultimo punto, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise) ha riferito della “presenza tuttora massiccia di gruppi presenti nel Paese e direttamente collegati all’Isis, determinati a sfruttare la situazione di caos, pronti a trasformare la Libia nella nuova Siria”. Già presente a sud di Sirte dal dicembre 2017, adesso l’Isis sarebbe già arrivata a Tripoli. Non è, dunque, irragionevole temere che la recente sconfitta territoriale dell’Isis nel Siraq possa aggravare la situazione generale del Paese, con il rischio che proprio la Libia diventi teatro di una ripartenza del califfato.

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