I combattimenti in corso in questi giorni fra Israele e i gruppi armati palestinesi sono i più intensi dall’ultima guerra combattuta fra le due parti, nel 2014.  I primi tre mesi del 2021 in particolare erano stati piuttosto tranquilli, senza lanci di razzi o bombardamenti né attacchi suicidi sulle città israeliane. Nelle ultime settimane però ci sono stati diversi accadimenti, che insieme ai problemi mai risolti tra i due popoli, hanno riacceso la conflittualità.

UN CONFLITTO ASIMMETRICO

Il Conflitto tra israeliani e palestinesi dall’inizio delle ostilità ad oggi si è trasformato. Se le prime guerre arabo israeliane sono state caratterizzate da conflitti convenzionali, dalla Prima Intifada in poi il conflitto è diventato “asimmetrico” perché tra le due parti c’è una netta differenza in termini di tecnologie e capacità militari. Israele può contare sull’aviazione, mezzi corazzati, droni sofisticati e sistemi per raccogliere informazioni di intelligence da usare per compiere attacchi aerei mirati su Gaza, e soprattutto un sistema di difesa antimissilistico, Iron Dome. I gruppi armati palestinesi, in particolare Hamas, utilizzano armi molto più rudimentali come razzi, droni armati artigianali e la guerriglia urbana.

I RAZZI PALESTINESI

La novità del conflitto di questi giorni è rappresentata dai razzi e missili palestinesi, per lo più utilizzati da Hamas, che stanno creando diversi problemi nello Stato ebraico, perché i palestinesi stanno impiegando diverse varietà di razzi, alcuni dei quali con una gittata maggiore che in passato. Alcuni analisti hanno individuato 15 razzi differenti nell’arsenale di Hamas, almeno cinque dei quali forniti dalla Siria e soprattutto dall’Iran. I razzi più numerosi in possesso di Hamas sono quelli a corto raggio, come i Qassam, fabbricati dai palestinesi, che hanno una gittata di circa 18 chilometri; il razzo con la gittata più lunga è invece l’M302, che è stato fornito dalla Siria e arriva fino a 160 chilometri.

GLI ATTACCHI ALLE INFRASTUTTURE ENERGETICHE

Dei razzi che hanno raggiunto Israele, il 90 per cento è stato intercettato dal sistema antimissilistico di difesa Iron Dome (“cupola di ferro”), ma l’intenso lancio di razzi ha saturato il cielo e alcuni di questi hanno colpito il territorio israeliano.  Il rischio di una ulteriore escalation del conflitto, unito alla maggiore gittata dei razzi palestinesi, ha spinto il governo israeliano a chiudere per precauzione alcuni siti energetici.

TAMAR CHIUSO

La Chevron, in conformità alle istruzioni ricevute dal Ministero dell’Energia ha infatti chiuso la piattaforma gasifera del giacimento Tamar al largo della costa israeliana, a circa 25 chilometri (15,5 miglia) dalla città di Ashdod, lungo la costa meridionale del Mediterraneo di Israele. Il ministero dell’Energia israeliano ha affermato che tutto il fabbisogno energetico di Israele continuerà a essere soddisfatto nonostante la chiusura di Tamar, che è bene ricordare è la principale fonte di gas naturale per il mercato locale.

I RAZZI SU DIMONA

L’allarme del Ministero dell’Energia non è stato troppo eccessivo perché nei giorni scorsi circa 15 razzi sono stati lanciati dalle Brigate Ezzedin al-Kassam, l’ala militare di Hamas, in direzione di Dimona, dove c’è la centrale nucleare israeliana, nota come Shimon Peres Negev Nuclear Research Center, che ne ha rivendicato l’azione sul suo sito internet. Fortunatamente non ci sono stati né danni né feriti. Le forze armate israeliane hanno reagito con un raid che ha preso di mira il punto di partenza dei missili.

TRANS ISRAEL PIPELINE

Sempre le Brigate Ezzedin al-Kassam hanno poi rivendicato, l’11 maggio, un attacco in cui è stato colpito il Trans-Israel pipeline, chiamato anche Eilat–Ashkelon Pipeline, che collega la città portuale di Eilat nel Mar Rosso, nel sud di Israele, alla città portuale del Mediterraneo di Ashkelon. Qui passano circa 600.000 barili di petrolio ed è uno dei siti energetici più importanti di Israele.

GLI ATTACCHI AI SITI ENERGETICI IN MEDIO ORIENTE

Gli attacchi ai siti energetici non sono una novità in Medio Oriente. Dal 2019 i ribelli del movimento Houthi hanno colpito numerose volte le infrastrutture energetiche dell’Arabia Saudita causando ingenti danni che hanno provocato degli impatti importanti anche sui mercati finanziari.

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