di Sarah Ibrahimi Zijno

Riparte il balletto, che va avanti da più di un anno, tra Grecia e Turchia, assumendo questa settimana ritmi sempre più intensi. L’annuncio circa l’inizio di indagini sismiche attorno all’isola di Kastellorizo, l’arbitrario passaggio nelle acque greche seguite dall’invasione dello spazio aereo di due F-16, che sorvolavano le isole di Strongyli e Megisti, hanno causato infatti un’escalation di tensioni che sembravano, nella notte di martedì 21 Luglio, poter sfociare in una guerra. Quello stesso giorno infatti il Presidente Recep Tayyp Erdogan rilascia il fatidico Navtex, documento marittimo che avvisa della presenza di tre navi turche – Oruc Reis, Ataman e Cengiz Han –  nelle zone di Rodi, Castelrosso e Scarpanto, fino al 2 agosto.

Al rilascio del Navtex è seguito lo stato di allerta delle forze armate della Grecia e, ovviamente, il richiamo delle forze armate della Turchia e della Marina militare, che ha immediatamente cominciato delle prove di forza a ridosso di Kastellorizo.

Mentre la Francia e gli Stati Uniti chiedono sanzioni Ue contro la Turchia per aver violato la sovranità della Grecia e di Cipro, secondo quanto rilasciato dal Bild, è stato il celere intervento della Merkel nella notte tra il 21 e il 22 Luglio, in una chiamata a Erdogan a impedire una possibile escalation militare.

Le provocazioni di Erdogan verso l’Europa non sembrano arrestarsi mentre l’Occidente ha sulla Turchia un’influenza decrescente, che ci prepara a scenari sempre peggiori.

Oltre all’esplorazione illegale dei mari, solo pochi giorni fa è passata pressoché in sordina l’entrata nella Zee greca di una dozzina di pescherecci che hanno scortato una nave civile turca fino a Lesvos, dando l’impressione di voler causare uno scontro, appunto, tra finti civili e le forze militari greche, e aprendo in questo modo un caso diplomatico.

L’aspetto preoccupante di queste continue provocazioni resta la realpolitik ottomana, estremamente aggressiva e disposta a tutto, adottata da Erdogan, interpretabile come una sorta di “ritorno di fiamma” di una politica espansionistica e nazionalistica

neo – ottomana, rafforzata da uno slancio di fervore religioso come non se ne vedevano dai tempi dell’instaurazione del regime laico di Ataturk.

Già negli anni ottanta e novanta i politici turchi lamentavano che la Turchia fosse soffocata nel proprio spazio da una corona di isole che – a loro parere – erano state indebitamente attribuite alla Grecia.

Fino ad anni recenti, e a guerra fredda ancora aperta, aleggiava il timore che potesse scoppiare una guerra tra paesi alleati NATO2: ricordando anche tutti gli episodi – dalla crisi di Cipro alla quasi guerra del ’53 – che avevano portato la situazione al limite. Su questa situazione precaria ha sempre aleggiato lo spettro della Russia e il suo secolare moto verso gli stretti e il Mediterraneo, solo temporaneamente congelato dalla guerra fredda.

Era stata la presenza di un catalizzatore, il Regno Unito un tempo e poi sostituito – con il tramonto dell’impero e le necessità della guerra fredda – dagli Stati Uniti e la sesta flotta nel Mediterraneo, ad aver mantenuto la stabilità nell’area e ad aver impedito il precipitare di situazioni non risolte tra Grecia e Turchia.

Il confronto militare diretto, infatti, c’è stato, ma solo in un preciso momento storico,

ossia quando nel caos del primo dopoguerra, ha vacillato per un momento quella supremazia inglese sul Mediterraneo.

Con la presidenza di Obama ed il successivo governo Trump abbiamo assistito ad un parziale disimpegno americano nell’area e all’affermarsi di una nuova instabilità. Nessuna potenza è riuscita a colmare tale vuoto, con una Unione Europea – questa, si – che sembra soltanto ansiosa di non compromettere la propria esposizione finanziaria con la Grecia, e capace soltanto di vaghe promesse economiche ai contendenti per bocca di Angela Merkel. E’ possibile che i nodi vengano al pettine improvvisamente e inaspettatamente data la sottovalutazione che si sta facendo della questione greco – turca; questo aspetto porrà sfide diplomatiche – ma purtroppo, anche militari – che dovremo attrezzarci a fronteggiare.

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