La proiezione dello strumento militare marittimo a difesa della libertà di navigazione e nella protezione degli interessi nazionali

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Di Federica Santoro

Nel 2017, l’Italia ribadiva, nell’ambito del Regional Seapower Symposium, iniziativa biennale tenutasi a Venezia di cui l’Italia stessa è promotrice, la centralità del mare in quanto “global common” cioè bene comune dell’umanità, che influisce sui processi decisionali, socio-economici e produttivi a livello globale. Una definizione che investe la dimensione fisica (risorse, acque), quella alimentare (pesca), quella energetica (giacimenti offshore, pipelines) e infine quella cibernetica (dei cablaggi per le telecomunicazioni). Particolarmente importante per il nostro Paese è il Mar Mediterraneo e, più precisamente, il più ampio spazio del Mediterraneo Allargato inteso come unicum dalle sponde occidentali di Portogallo e Spagna, alle coste del Nord Africa fino ai Balcani, al Mediterraneo Orientale (Israele, Libano, Siria), a difesa della libera circolazione marittima e dell’economia nazionale oltre confine. La sicurezza marittima va infatti garantita oltre le acque di casa, laddove crimini marittimi internazionali e minacce rappresentano la manifestazione di una globalizzazione marittima dell’economia. Nel secolo definito da alcuni economisti il Blue Century, diventerà essenziale garantire la sicurezza dell’ambiente marittimo da una pluralità di minacce: da quelle tradizionali, derivanti dai conflitti interstatali convenzionali, a quelle non convenzionali, ad opera di gruppi terroristici o organizzazioni criminali, fino alle imprevedibili minacce determinate dai cambiamenti climatici. Le rinnovate pretese e ambizioni navali russe nel Mar Nero e cinesi nel Golfo di Aden, aree queste entrambe soggette ad instabilità così come il riarmo di alcuni Paesi nord-africani nel tentativo di ritagliarsi un ruolo riconosciuto di attori a livello regionale, stanno di fatto rendendo oggi, molto più che nel ventennio scorso, il Mediterraneo allargato un’area di nuovo interventismo geopolitico e militare. L’Italia, sia per ragioni storiche che per collocazione geografica, si trova a giocare un ruolo di rilievo in questo bacino allargato a difesa, innanzitutto del principio della libertà di navigazione, per la sicurezza dei traffici commerciali e dell’approvvigionamento energetico nazionale. Nell’ambito della cooperazione mediterranea il Simposio di Venezia (2017), promosso dall’Italia, è stato il Forum dove le Marine dei Paesi che affacciano sul Mediterraneo allargato hanno avuto la possibilità per discutere e mettere a fuoco priorità e sforzi in direzione di una comune azione in termini di Maritime Capacity Building con il fine di creare un approccio di difesa partecipato ed efficace. Sempre l’Italia ha dato vita ad un’importante iniziativa di dialogo con l’Iniziativa 5+5 Difesa, un esercizio di cooperazione sub-regionale istituito alla fine del 2004, composto dai 10 Paesi che si affacciano sul Mediterraneo occidentale (Algeria, Francia, Italia, Libia, Malta, Mauritania, Marocco, Portogallo, Spagna e Tunisia), che ha come obiettivo il miglioramento della reciproca comprensione e fiducia nell’affrontare i problemi della sicurezza nell’area mediterranea, tramite la realizzazione di esercitazioni e lo scambio di idee ed esperienze: fattore imprescindibile della Maritime Situational Awareness (MSA). L’impegno nazionale oggi va dal Corno d’Africa al Golfo Persico dove l’Italia necessita di garantire stabilità e libertà delle vie commerciali, in contrasto all’espansione di gruppi terroristici, al sud-est asiatico all’Australia dove è stata impegnata Nave Carabiniere fino all’Artico dove la Marina Italiana partecipa ad una spedizione a sostegno della ricerca scientifica, con Nave Alliance.

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