Il mondo di oggi, fortemente globalizzato, è stato incapace di arginare l’avanzata del COVID-19, pagando un prezzo elevato, considerato il numero di vittime e l’entità del danno economico. L’estrema vulnerabilità evidenziata ha suscitato l’interesse generale sul pericolo della diffusione, anche intenzionale, di agenti biologici. Tale attenzione appare giustificata e in futuro l’impiego della biotecnologia per fini ostili potrebbe rappresentare uno dei rischi più gravi per le nostre società.

La NATO, valutando le possibili novità apportate dalle nuove tecnologie nell’ambito della difesa, nel documento Science & Technology Trends: 2020-2040 ha recentemente indicato la biologia sintetica quale settore d’interesse per l’Alleanza. In particolare, si legge che la rapidità dei progressi scientifici nel campo della biotecnologia e la globalizzazione favoriranno eventuali attori ostili, i quali, avendo ottenuto le conoscenze e i mezzi per sviluppare armi biologiche, potrebbero ignorare i limiti giuridici ed etici che ne impediscono l’utilizzo.

Pertanto, l’uso di nuovi agenti biologici modellati strumentalmente per possedere determinate caratteristiche non è soltanto una minaccia militare in senso stretto, tale da «aumentare potenzialmente il numero di perdite» e «ridurre l’efficacia di combattimento», ma anche «una sfida strategica per le società dell’Alleanza nel suo insieme». Inoltre, nel rapporto si afferma esplicitamente che l’impatto di agenti biologici sconosciuti metterà in discussione la capacità di reazione degli apparati medici e logistici, ponendo «significative sfide per la salute e la sicurezza».

Per fronteggiare la minaccia biologica la NATO sta indirizzando la sua attenzione verso l’intelligenza artificiale per favorire «il rapido rilevamento, l’identificazione e il monitoraggio (DIM) delle minacce/pericoli CBRN durante qualsiasi missione, in tutti gli ambienti operativi», grazie all’impiego di biosensori e all’elaborazione dei dati ottenuti, in modo da consentire alle forze in campo di reagire tempestivamente.

Ciò considerato, è opportuno evidenziare che il rischio rappresentato dall’utilizzo delle biotecnologie per scopi ostili assume maggior rilevanza in ambito strategico-politico piuttosto che tattico. L’impiego di un patogeno con elevata capacità di diffusione, come il virus SARS-CoV-2, anche se caratterizzato da un basso livello di letalità, è sufficiente a generare crisi profonde, compromettendo gravemente i servizi e la produzione industriale degli Stati. A seconda del tipo di agente biologico utilizzato sarebbe possibile colpire settori specifici, come quello agroalimentare, anche in assenza di pericolo per l’uomo.

È evidente che tale uso di patogeni, sintetici o di origine naturale, può giustificare una risposta militare, anche collettiva ai sensi dell’art. 5 del Trattato Nord Atlantico. Tuttavia, è opportuno valutare quanto sia concreto il rischio di subire un attacco con armi biologiche, considerata la restrittività delle norme internazionali, che non consentirebbero in nessun caso l’impiego di tali mezzi per finalità belliche.

In primis, vi è il divieto sancito nel Protocollo di Ginevra del 1925, relativo alle armi chimiche e batteriologiche (biologiche), sebbene numerosi Stati aderenti abbiano depositato delle riserve per potersi avvalere di tali mezzi nell’esercizio del diritto di rappresaglia, in caso di violazione del Protocollo da parte del nemico. Inoltre, assume una rilevanza particolare la Convenzione del 1972, che obbliga gli Stati a «non mettere a punto, produrre, accumulare, acquisire o conservare», senza eccezioni, «agenti biologici oppure tossine […] se non sono destinati a fini profilattici, di protezione o ad altri fini pacifici», nonché «armi, equipaggiamenti o vettori destinati all’impiego di detti agenti o tossine, per scopi ostili o in conflitto armato».

Essendo vietati la produzione e lo stoccaggio, pare evidente l’implicito divieto di utilizzo in guerra dei mezzi biologici. Il problema dovuto alle riserve inerenti al Protocollo del 1925 può dunque dirsi risolto, fatta eccezione per Angola e Israele, che non hanno aderito alla Convenzione. In ogni caso, la vasta adesione alle suddette norme e la prassi costante non lasciano dubbi sul fatto che il divieto di impiegare armi biologiche appartenga al diritto consuetudinario, essendo quindi universalmente vincolante, tanto nei conflitti internazionali che interni. Inoltre, nonostante l’assenza di espliciti riferimenti a tali mezzi, l’uso di agenti biologici può essere perseguito ai sensi dell’art. 8 (2) (b) (xx) dello Statuto della Corte Penale Internazionale.

Ciò nonostante, i rischi conseguenti ai progressi della biotecnologia non dovrebbero essere sottovalutati. Non si può escludere l’utilizzo ostile di agenti patogeni ottenuti attraverso attività legittimate da scopi pacifici. Inoltre, gli Stati potrebbero armare in modo occulto eventuali attori non statali, causando così un serio problema inerente all’attribuzione degli attacchi. È perciò auspicabile che le istituzioni internazionali pretendano la massima trasparenza circa i programmi di sviluppo della biologia sintetica, anche al fine di verificare le condizioni di sicurezza dei laboratori onde evitare incidenti che possano cagionare la diffusione involontaria di agenti biologici pericolosi.

Foto: U.S. Indo-Pacific Command

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