Di Waleriano Paissan

Si chiama European-led Maritime Awareness in the Strait of Hormuz, in sigla EMASoH, la missione nata nel gennaio 2020 che dovrebbe assicurare la libera navigazione delle navi mercantili nello Stretto di Hormuz – quel pezzetto di mare largo appena 30 chilometri, lungo 60 e profondo 220 metri – dove nei mesi precedenti si è concentrata la competizione tra Iran e Stati Uniti a seguito dell’uccisione del generale Soleimani e al successivo abbattimento, da parte della contraerea iraniana, di un Global Hawk dell’USAF. L’operazione ha l’obiettivo di fornire, in termini concreti, una maggiore sorveglianza della situazione marittima nel Golfo e nella Mare Arabico. Il quartier generale è ospitato ad Abu Dhabi, nella base francese attiva da pochi anni.

I Paesi europei promotori – Danimarca, Francia, Paesi Bassi, Germania, Grecia, Portogallo ed Italia – hanno firmato una dichiarazione politica nella quale si osservava come, nel 2019, nel Golfo e nello Stretto di Hormuz, una crescente insicurezza e instabilità avevano provocato numerosi incidenti (non solo marittimi) che avevano portato ad un’intensificazione delle tensione regionali.

La guida della missione è francese, ma ogni nazione coinvolta manterrà il controllo sulle proprie navi, le quali applicheranno pertanto le regole di ingaggio nazionali.

EMASoH prende il via dopo un periodo di incertezza seguito al tentativo inglese di adottare un’analoga iniziativa in risposta al sequestro, nello Stretto di Hormuz, della nave Steno Impero avvenuto nell’estate 2019, che era, a sua volta, un’azione di ritorsione delle Guardie della Rivoluzione iraniane all’abbordaggio, da parte dei Royal Marines, della petroliera battente bandiera iraniana Grace 1 avvenuto a Gibilterra.

La missione europea andrà così ad aggiungersi a quella già operativa dal luglio 2019, l’operazione Sentinel. Creata dall’USS Central Command e dalla V Flotta americana, vede la partecipazione di Giappone, Australia, Norvegia, Belgio e Sud Corea, con l’obiettivo rivolto ad incrementare la sorveglianza e la sicurezza della navigazione nelle acque internazionali del Golfo Arabico, dello Stretto di Hormuz, di quello di Bāb al-Mandab e del Golfo di Oman. Strumento pensato e diretto da Washington per attuare quella “maximum pressure” promessa da Trump in campagna elettorale e nei suoi primi anni di mandato, nei confronti della Repubblica islamica.

Nell’audizione del 30 luglio 2020, di fronte alle Commissioni Difesa di Camera e Senato, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone – da poche settimane nominato capo di Stato Maggiore della Marina – aveva esposto le sue linee programmatiche e le sue priorità, tra cui anche un maggior interesse allo Stretto di Hormuz, choke point tra i più vitali per la nostra economia. Stessa posizione era stata successivamente espressa dal ministro Guerini nella sua audizione del gennaio 2020.

Lo stop alla missione EMASoH è arrivato però ai primi di questo mese. Nell’ambito dell’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del “decreto missioni”, è stata annullata la presunta partecipazione di una nostra Fremm. La decisione governativa non è stata ancora motivata. Sarebbe utile pertanto capirne il motivo: se si tratta solo di questioni di risorse di bilancio, sempre scarse, oppure se la decisione ha a che fare con valutazioni più generali di politica estera in una delle regioni più strategiche per il nostro Paese.

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