La Libia e l’emergenza Coronavirus

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di Sara El Mabruk

In Libia, un Paese frantumato da una guerra civile interminabile, il desiderio di democrazia e libertà espresso dal popolo nel famoso 17 febbraio del 2011 si è trasformato in un conflitto interno ed in un terreno fertile per il consolidamento delle cellule terroristiche come l’Isis, aggravato dall’intervento di soggetti internazionali.

Di fatto, in questo caotico conflitto tra il Generale Haftar a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) e Fayza Sarraj, Primo Ministro del Governo di Accordo Nazionale (GNA), il coinvolgimento diretto della Turchia, la Russia, l’Egitto, Francia e gli Emirati Arabi ha aggravato notevolmente la situazione.  

In questo contesto delicato la Libia si ritrova, come il resto del mondo, ad affrontare l’emergenza “Coronavirus”.

Grazie alla presenza di tre fattori rilevanti, la diffusione del Covid-19 in Libia è stata tardiva rispetto altri Stati limitrofi.

Il fattore principale del tardo arrivo dell’epidemia è stato l’embargo imposto da parte delle Nazioni Unite nel 2011. L’embargo ha limitato le vie di comunicazione sia commerciali che turistiche con il resto del mondo, riducendo così il contatto con l’estero. Il secondo fattore determinate è piuttosto di natura religiosa, poiché sin dallo scoppio in Europa dell’epidemia, le autorità religiose hanno invitato la popolazione libica a circoscrivere il contatto con l’altro. L’invito è stato preso seriamente poiché la società libica è caratterizzata da un forte sentimento di devozione e rispetto nei confronti delle autorità religiose.

Per ultimo, determinante è stato il ruolo considerevole delle tribù nel Paese. Le tribù sin da subito hanno raccomandato i propri membri di rispettare le direttive per la prevenzione del Covid-19. Anche qui, il forte senso di rispetto e di appartenenza alla tribù ha incrementato l’osservazione delle regole per la prevenzione.

Tuttavia, è di estrema importanza sottolineare che nonostante la potenzialità di questi 3 fattori, la Libia rimane ugualmente gravemente esposta alla diffusione del Coronavirus.

Precisamente, la reale minaccia per il contagio nel Paese proviene dalla forte presenza di mercenari Siriani, Russi, Sudanesi e da altri Paesi. L’utilizzo di mercenari in questo sanguinoso conflitto ha consentito ad entrambe le parti di ridurre i costi politici e militari. È difficile ottenere dati verificabili sul numero di unità presenti sul territorio libico ma, secondo l’articolo del Middle East Monitor intitolato “Foreign mercenaries are flocking to Libya”, il numero di mercenari russi potrebbe essere compreso tra 1.500 e 2.500 mentre il numero di mercenari Siriani sarebbe di circa 2000. La presenza incontrollata di questi mercenari espone il Paese ad un maggior rischio di contagio e di divulgazione dell’epidemia.

Oltre ai mercenari, un’altra minaccia importante è il traffico illegale di persone provenienti dall’Africa e diretti verso l’Europa. Il traffico incontrollato di esseri umani rappresenta una via pericolosa per la trasmissione di diverse malattie tra cui anche il Covid-19.

La Libia è dotata di un sistema sanitario sottosviluppato, non in grado di affrontare un’eventuale divulgazione del virus, inoltre è spaccata in due fronti quasi disconnessi. Tuttavia, bisogna domandarsi se questa crisi virale potrebbe diventare un via per la cooperazione e la realizzazione della pace oppure per l’incremento del conflitto.

Il Covid-19 potrebbe realizzare una cooperazione tra i due soggetti in conflitto poiché la diffusione del virus causerà gravi perdite ad entrambe le parti. Nonostante il sistema Sanitario in Libia, come il resto delle istituzioni, si sia adattato al conflitto frantumandosi in due, il Centro Nazionale per il Controllo delle Malattie (NCDC) a Tripoli potrebbe diventare un elemento di congiunzione. Questa Entità, in teoria neutrale, rappresenta un punto di riferimento per entrambe le parti. Secondo un articolo della “FB Insider”, titolato “Il Coronavirus potrebbe curare la Libia”, il NCDC con il sostegno delle Nazioni Unite potrebbe diventare il tramite per una collaborazione nella lotta contro l’epidemia e pertanto la realizzazione di una tregua o addirittura della pace tra le due parti.

Tuttavia, la diffusione del virus potrebbe anche causare l’aumento del conflitto, ipotesi più reale e tangibile. Di fatto, nei giorni scorsi, gli attacchi da parte del LNA nei quartieri periferici di Tripoli sono aumentati. In dettaglio, sono stati bombardati l’ospedale generale Al Khadra (dove erano ricoverati i pazienti affetti dal Covid-19) e l’aeroporto di Mitiga. Gli attacchi ad entrambi i luoghi sono stati giustificati da parte del LNA per la presenza di gruppi terroristici, mentre sono stati condannati da parte del GNA per la violazione dei diritti umani e come crimini di guerra. Inoltre, nel discorso di mercoledì scorso del Primo Ministro al-Sarraj, è stato accusato il LNA di aver interrotto l’accesso dell’acqua alla Capitale.

Stephane Dujarric, il portavoce del Segretario Generale delle N.U. ha condannato i recenti bombardamenti delle strutture mediche protette dal diritto internazionale e ha ribadito fermamente il cessate il fuoco, invitando le diverse parti a collaborare per fermare la diffusione del COVID-19.

Resterà da vedere qualora la Libia fosse travolta dall’emergenza Covid-19, se i vari soggetti internazionali coinvolti nel conflitto saranno altrettanto disposti a impegnarsi nella battaglia contro il virus ed accettare un’eventuale tregua. 

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