L’architrave della geopolitica

La prima cosa che facciamo quando rientriamo nelle nostre case è chiudere la porta d’ingresso, meglio se una porta blindata. Un gesto naturale che cementa la sicurezza della nostra intimità. 
In senso più vasto, l’architrave sul quale si sottintende debba sostenersi l’intera strategia geopolitica di qualunque entità statuale mai istituita sul pianeta è la tutela e la messa in sicurezza dei propri confini. Meglio se estesa fino al cancello che delimita il giardino di casa.
L’Albania, prezioso lembo di terra affacciato sull’Adriatico, e incastonato alle porte dei Balcani, ha rappresentato per decenni un amico fidato e un sicuro sostegno per la sicurezza del nostro paese, in cambio, da parte nostra, di un riconoscimento formale in ambito internazionale, oltreché di un sostegno e un deterrente da eventuali attacchi di potenze nemiche prospicienti, potenzialmente maggiori del paese delle Aquile, ma inferiori al calibro economico e politico internazionale del Bel Paese. 

Genesi di un rapporto naturale

I rapporti tra i due paesi sono stati, nel corso degli anni, molto più che amichevoli. Senza dover risalire al mito di Giorgio Castriota Scanderbeg, patriota e condottiero della stirpe albanese, che seppe dire la sua anche da alleato dei Borbone sul suolo del regno di Napoli, e che fu viatico per l’inclusione delle nostrane comunità arbëreshë, fissiamoci sul secolo scorso: il Regno d’Italia sostenne, in modo decisivo, le comunità albanesi che si affrancarono dall’Austria Ungheria, giocando un ruolo chiave nell’indipendenza del dirimpettaio adriatico. In seguito, durante la seconda guerra mondiale, gli albanesi spalancarono le porte all’Italia fascista in marcia verso la rovinosa campagna di Grecia, sostenendo anche militarmente, per ovvie ragioni di opportunità, lo sforzo bellico italico. Durante il durissimo e repressivo regime comunista di Enver Hoxha furono molti gli albanesi che scapparono verso il nostro paese, finché finalmente, alla caduta del Muro, la prima cosa che fecero i fratelli dirimpettai fu dirigersi verso i porti più vicini per raggiungere la libera ed occidentale sorella maggiore che li accolse, a parte i sussulti iniziali, con una certa generosità.

Come ci vedevano gli albanesi

L’Albania, e soprattutto Tirana, risente molto dell’architettura italica. Gli italiani portarono sviluppo e cultura alle terre rurali e depresse albanesi, e gli albanesi accolsero gli italiani sempre di buon grado, come un’opportunità di crescita e miglioramento delle condizioni sociali e culturali del paese, oltreché la già trattata protezione dai vicini balcanici. Durante gli anni del comunismo, poi, gli albanesi captavano clandestinamente il segnale delle televisioni italiane, che trasmettevano i lustri e il benessere di un paese occidentale, vicinissimo ed amico, in piena prosperità, e questo spiega il perché gli albanesi parlino così bene la nostra lingua. Non è da trascurare la nefasta integrazione e collaborazione tra la criminalità organizzata dei due paesi, che si è spesso spartita traffici di contrabbando, droga e persino di esseri umani. 
Il sindaco di Tirana ha dichiarato che considera l’Albania la 21a regione d’Italia. A parte le parole di circostanza, d’uso comune diplomatico, non è andato così lontano da quello che è, sempre più in maniera minoritaria, il comune sentire della maggioranza del popolo albanese.

Il ruolo dei turchi

Se c’è una nazione nel Mediterraneo con una idea chiara della propria dimensione geopolitica, con una strategia delineata, con una tattica sul breve, medio e lungo periodo definita e perseguita con eccellente organizzazione, sostenuta da una ambizione francamente spropositata rispetto alle proprie possibilità, questa è la Turchia. La Turchia di Erdogan, dichiarata erede dell’impero ottomano che dominò per tanti anni le terre albanesi, prova a tornare prepotentemente in auge nel paese delle aquile: mentre viene abbattuto tra le proteste degli autoctoni il teatro nazionale di Tirana eretto dagli italiani negli anni del fascismo, per far spazio al più classico dei centri commerciali, i turchi restaurano gli edifici degli anni dell’impero ottomano; edificano moschee; istituiscono scuole coraniche. Nulla più e nulla meno di quello che fanno in qualunque nazione sulla quale abbiano messo gli occhi negli ultimi anni. Erdogan ha anche sponsorizzato con la massima forza l’entrata dell’Albania nella NATO nel decennio passato.

Quale futuro 

Per quanto, però, le sirene di Ankara cantino forte dalle parti di Tirana, il popolo albanese, a maggioranza musulmano, ma religiosamente molto tiepido, dimostra una certa freddezza nei riguardi delle profferte orientali. D’altro canto, la diminuita appetibilità economica del nostro paese a fronte di nazioni ben più attrezzate in epoca globale ha contribuito in modo decisivo alla perdita di molto del fascino tricolore nel cuore delle Aquile, sicure sotto l’ombrello americano, comune, ad onor del vero, a tutti e tre i protagonisti finora citati.

Che fare 

Gli americani, però, hanno al momento problemi interni enormi, e stanno generalmente appaltando, sotto la propria supervisione, la sicurezza dei quadranti del pianeta agli alleati fidati, in attesa della sicura, quanto mai prossima, estroflessione che porterà il conflitto fuori dalle porte di casa, naturalmente verso la Cina.
Quale prospettiva, allora, per i rapporti tra i nostri paesi? I Turchi sono già preponderanti nella nostra ex quarta sponda libica, sarebbe utile distogliere l’attenzione dalla burocratica Bruxelles, il cui centro Mitteleuropeo ci tiene lontano, non solo fisicamente, dalle decisioni che contano, e dunque, innanzitutto, volgere lo sguardo verso il Mediterraneo, il Mare Nostrum. In un momento di tregua dal giogo diplomatico statunitense, nel quale tutti gli alleati cercano di coltivare al meglio le proprie minime ambizioni strategiche, sarebbe un delitto trascurare le nostre necessità. Si potrebbe puntare sugli albanesi, un popolo giovane e che non ha nessun problema di assimilazione, per svecchiare la nostra nazione. I numeri sarebbero pochi, in questo senso, ma sarebbe un segnale importante. Dovremmo farci garanti dell’entrata del paese delle Aquile nell’Unione Europea, che in tempi di recovery fund sembra ritrovare un appeal che stava sbiadendo. Si potrebbe puntare sul supporto al contrasto della criminalità organizzata, problema comune che affligge entrambi i paesi, ma per il quale, ahinoi, abbiamo molta più esperienza di intelligence e repressione. In ultimo, ma non per importanza, proporsi come uno dei garanti dei Balcani, in ottica dei rapporti con l’alleato egemone, come già scritto.
Il caos che si avvicina alle porte di casa ci impone di assicurarle al meglio: trascurare l’area balcanica, innesco di ogni crisi mondiale dell’ultimo secolo, e nella quale abbiamo un fido alleato, potrebbe costare molto caro al ruolo strategico del nostro paese nell’area mediterranea.

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