Nel momento in cui redigevo questo articolo, il consiglio di sicurezza dell’ONU si sta incontrando per cercare una soluzione al conflitto israelo-palestinese. Ad oggi, 16 maggio, il bilancio conta 174 morti palestinesi e 8 israeliani. Quali che siano le conclusioni di questo summit, e comunque vada a finire il conflitto in corso, i fatti di questi giorni avranno delle conseguenze epocali sulla parabola esistenziale di tutte le potenze in gioco nella partita mediorientale. Vediamole nel dettaglio.

Chi scrive, è giusto specificarlo come premessa, pur avendo le proprie, umanissime, opinioni personali, pensa che analizzare questo scontro pluridecennale non abbia senso osservandolo da un’ottica di appartenenza fideistica: il livello del dibattito, sui social e sui media in generale, assume spesso i contorni del tifo calcistico. Senza distaccarsi dalla polarizzazione indotta dalle pulsioni personali è impossibile comprendere fino in fondo le ragioni che animano lo scontro atavico tra le potenze del Medio Oriente.

Non mi interessa, dunque, andare a cercare chi ha acceso la miccia degli attacchi di maggio di Hamas su Israele. Piuttosto, trovo fondamentale osservare i rischi, gli obiettivi e le ragioni che spingono l’uno e l’altro attore ad assumere la postura che oggi mantengono.

PALESTINA

In Palestina erano state previste delle elezioni, le prime dopo 15 anni, per il 22 di maggio, subito dopo la fine del Ramadan. Le elezioni avrebbero visto protagonisti Fatah, il partito al potere dell’ottuagenario presidente Abu Mazen, e Hamas, il braccio armato dei terroristi che propugna la guerra contro Israele. Le elezioni avrebbero dovuto eleggere il Parlamento palestinese, il presidente dell’Autorità palestinese e il Parlamento dell’Olp. Quando Abu Mazen ha capito che avrebbe perso, e anche sonoramente, ha preferito annunciarne la cancellazione. Hamas ne ha approfittato subito per alzare la tensione nella popolazione, fiaccata da anni di repressione israeliana e da una condizione economica che definire disastrosa è un eufemismo, e compattarla contro il nemico di sempre. Inoltre ha ottenuto il risultato di far esplodere definitivamente la rabbia negli arabo-israeliani (mussulmani di nazionalità israeliana) nei confronti dei propri concittadini ebrei. In un tale momento di instabilità l’attacco ad Israele è risultato un beneficio assoluto per la classe dominante palestinese in piena crisi di legittimità politica.

ISRAELE

Non è che Netanyahu, il premier israeliano, stesse meglio. A confronto con quelli israeliani, gli esecutivi italiani sono dotati di stabilità scandinava. Tanto per cambiare, le elezioni anticipate di marzo hanno restituito una maggioranza tutt’altro che granitica, tanto che già si parlava di indire nuove consultazioni.
Apparentemente, vista anche la straordinaria capacità bellica di Gerusalemme, di certo soverchiante rispetto alle milizie di Hamas, anche per il premier israeliano questo conflitto poteva rappresentare una boccata d’aria per distogliere l’attenzione dai problemi politici interni.

Per quanto scritto fin qui, quindi, nulla di nuovo sotto il bollente sole mediorientale: solita crisi di fine Ramadan utile ai due belligeranti storici, se non fosse per quegli arabo-israeliani di cui si parlava prima.
Gli arabo-israeliani rappresentano il 20% della popolazione dello stato di Israele, ma, pur trovandosi sicuramente in condizioni economiche migliori dei loro correligionari palestinesi, non godono degli stessi diritti dei cittadini ebrei. L’aumentare della tensione ha fatto saltare il tappo di una mancata assimilazione che ormai si protrae da anni. La guerra in Israele sta trasformandosi in una pericolosissima guerra civile, che mina le basi dello stato di Gerusalemme: i civili di entrambe le fazioni si mitragliano l’un l’altro per le strade delle principali città, tra vicini di casa. Il vero problema di Netanyahu è adesso gestire questo vaso di Pandora andato irrimediabilmente in frantumi, problema ben più grave del contenimento dei missili di Hamas.

GLI ALTRI

Veniamo ora agli altri attori regionali. Gli stati arabi, dal Marocco fino all’Arabia Saudita, con la supervisione dell’amministrazione Trump, hanno normalizzato, in questi mesi, i rapporti con Israele. Il Marocco ha firmato un accordo nel dicembre 2020, con riaperture diplomatiche e soprattutto economiche tra i due paesi. Ancor prima, ad agosto dell’anno scorso, Emirati Arabi e Bahrein hanno siglato i famosi Accordi di Abramo. L’Arabia Saudita, impegnata nel conflitto in Yemen, e in un momento di crisi interna e scarsa fortuna nei rapporti con gli USA, è costretta a tenere un basso profilo, e difficilmente si esporrà a favore della causa palestinese. Nel conflitto in corso emerge drammaticamente il momento di grande debolezza delle petromonarchie, che rimangono necessariamente all’angolo, al di là di timide dichiarazioni di facciata, dimostrazione che la causa palestinese non è mai davvero esistita nel cuore degli sceicchi arabi, ed è stata sempre usata come arma di ricatto per ottenere benefici dall’egemone americano.

L’Iran, nemico storico di Israele, da sempre vicino ad Hamas, riscopre invece le sue velleità imperiali. Spinge forte sul conflitto, rifornendo di armi la jihad anti israeliana e denunciando gli attacchi di Gerusalemme. Si avvantaggia, inoltre, del riavvicinamento che l’amministrazione Biden sta concedendo a Teheran. Sul tema torneremo tra poco.

Ad Erdogan tutto questo non deve neanche sembrare vero: la Turchia ha adesso buon gioco ad intestarsi la difesa del popolo palestinese, tira dalla giacchetta ONU e americani, accusando Israele, rivale strategico nel Mediterraneo Orientale, delle peggiori nefandezze; si intesta la titolarità della difesa dei luoghi santi dell’Islam, alimentando sempre più il sogno imperialista di Ankara.

Fuori dal quadrante, Mosca ha problemi più grossi di cui occuparsi: Putin ha il nemico (la NATO) alle porte di casa, è in pessimi rapporti coi turchi (ha praticamente perso – e male – la guerra in Nagorno Karabakh e deve conviverci in Libia) e i cittadini russi che vivono in Israele sono una importante minoranza. Non ci si può’ aspettare niente più di una sobria neutralità.

La Cina, che una certa vulgata di casa nostra ritiene addirittura capace di assurgere al ruolo di nuovo egemone mondiale, si guarda bene dal mettere le mani nell’intricata macedonia mediorientale. Questa considerazione dovrebbe dirla lunga sulle reali capacità militari e diplomatiche di Pechino.

GLI USA

Ed eccoci all’egemone. La sanguinosa guerra di questi giorni è il primo, vero, difficilissimo banco di prova per l’amministrazione Biden. Checché si possa dire di Trump, durante la sua presidenza l’area ha vissuto un periodo di relativa tregua.
Washington, che per continuare a dominare il globo ha bisogno di impedire l’affermazione di potenze predominanti nei quadranti mondiali, è sempre impegnata ad ondeggiare tra il supporto Turchia od Iran, entità statali ben piu’ compatte e mature dei deboli emirati mesopotamici, in modo da impedire, ora ad uno, ora all’altro, di assumere un ruolo di guida del frammentato mondo arabo. Prima dell’esplosione della crisi israelo-palestinese, l’establishment americano stava riaprendo i canali di dialogo con l’Iran interrotti dall’amministrazione repubblicana, ed ammonendo Erdogan e la sua politica espansionista; d’altro canto, non puo’ neanche abbandonare l’alleato storico israeliano durante la sua notte della repubblica. I prossimi passi che traccerà l’amministrazione Biden saranno decisivi, e ci daranno il polso della condizione dell’impero, fiaccato da profonde faglie interne, e della tenuta dell’apparato statale americano, e le ricadute di queste decisioni avranno di certo effetti globali, anche sulla parabola del nostro continente.

Immagine: gettyimages.it

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