Intervista con On. Michal Shir Segman, fondatrice e candidata di “New Hope”

Israele si sta apprestando, il prossimo 23 marzo, ad andare alle urne per la quarta volta in due anni. Neanche nella Knesset appena sciolta esisteva una maggioranza: l’ennesimo governo di Netanyahu si reggeva soltanto su un “patto di staffetta” con il leader del partito di centro “Blu e Bianco” Gantz, che prevedeva l’alternanza dei leaders dopo 18 mesi di governo Netanyahu. 

Questo delicato equilibrio, nato dalla incontestabile capacità di mediazione del capo del Likud, è andato tuttavia in frantumi con la clamorosa bocciatura della legge finanziaria e con un panorama politico ancora più frantumato ed enigmatico delle tornate precedenti.

Stando ai sondaggi, stiamo assistendo alla liquefazione della sinistra, primo fra tutti il labour che rischia di non entrare nella futura Knesset essendo accreditato a meno del 3% seguito da una pluralità di sigle che però anche sommate insieme sono ben lontane da sperare di poter costituire una maggioranza. Intanto il partito di centro “Blu e Bianco” sta pagando cara l’alleanza con Netanyahu, in quanto sembrerebbe registrare il peggiore crollo di consensi di tutta la storia di Israele.

L’asse del paese si è pertanto inclinato fortemente a destra, ma quale destra? Perché mentre vediamo un Likud apparentemente in buona salute, dato che i pronostici gli attribuiscono 27 seggi, malgrado gli scandali che hanno afflitto gli ultimi tempi del governo di Nertanyahu, si è affacciato un nuovo protagonista, il partito New Hope che, nato da una costola del Likud ad opera di Gideon Sa’ar, sembra poter aspirare a ben 20 seggi. 

Da quanto detto, e visto da fuori, il primo paradosso che salta agli occhi è che tutte queste forze politiche, che hanno come comune denominatore il punto di vista “chiunque fuorché Netanyahu” sono destinate non solo a conviverci ma anzi ruotargli intorno, visto che dopo le elezioni non si potrà prescindere dal Likud per formare un governo. Ma queste, se vogliamo, sono solo considerazioni “tecniche”.

Gli aspetti più squisitamente politici su cui gli analisti stanno dibattendo sono altri due ai quali abbiamo accennato. Il primo è costituito dai possibili motivi di questa debacle della sinistra e soprattutto del labour. Secondo l’autorevole The Economist la sinistra si sarebbe cacciata in una sorta di vicolo cieco evolutivo. Dalla classica ideologia kibbuzita e socialista, che pur avendo connotato profondamente la storia del primo Israele era poi andata progressivamente in decadenza insieme ai kibbuz, il partito è passato ad un tipo di impostazione in cui il tema centrale è costituito dalla ricerca della pace a qualsiasi costo: programma sul quale non solo sempre meno israeliani sembrerebbero disposti a credere, ma – e forse questo è l’elemento fondamentale – sul quale, paradossalmente, è stata proprio la destra ad ottenere i maggiori risultati.    

Riguardo la destra, è sotto gli occhi di tutti il successo “in itinere” del partito New Hope, che stando ai sondaggi dovrebbe poter raccogliere almeno 20 seggi, destinato quindi ad essere un protagonista della politica israeliana dei prossimi anni. Nato per scissione dal Likud, è favorevole all’aumento degli insediamenti in Cisgiordania, contrario all’immigrazione non ebraica e sembra voler fornire una robusta sponda ai gruppi religiosi più intransigenti. 

Sembrerebbe inserirsi in quel filone politico che in Europa e negli Stati Uniti abbiamo imparato a conoscere bene e che ha dato vita ai sovranisti europei e all’ alt-right americana.

Ma è veramente così? Lo abbiamo chiesto a Michal Shir Segman, 41 anni, deputata del Likud negli ultimi due anni, collaboratrice già da tempo proprio di Gideon Sa’ar ed aderente a New Hope dopo una dura polemica proprio con il primo ministro sulla gestione della pandemia.  

Intervista con On. Michal Shir Segman, fondatrice e candidata di New Hope

On.le Segman, cos’è esattamente New Hope? In cosa si differenzia precisamente dal Likud?

Purtroppo credo che il Likud non sia più fedele ai principi della destra israeliana o anche ai principi su cui è stato fondato, quindi mi sono unita, con altri, a Gideon Saar in New Hope, questo è il nome del partito e questo è quello che è, una “nuova speranza”. Oggi Israele è un paese che sta affrontando – come molti in tutto il mondo – molte tensioni sociali interne. Il nostro obiettivo è riparare queste fratture – e arriviamo a questo da una posizione di ferma convinzione che l’unità del popolo israeliano, di tutti i settori della società israeliana non è solo un valore, è una risorsa strategica – purtroppo non ci sembra che il Likud oggi sia una forza che unisca le persone, anzi, porta molta divisione all’interno della nostra nazione. Ovviamente stiamo anche affrontando la gestione del coronavirus e, sebbene abbiamo fatto molto bene a fornire i vaccini a così tanti cittadini, il Governo ha fallito quando si è trattato dei test in aeroporto e di chiudere le aree con alta mobilità – il risultato è che abbiamo ancora un numero molto elevato di contagi. Abbiamo anche sofferto terribilmente economicamente e abbiamo bisogno di una nuova leadership che possa riunire il paese per guidare la ripresa, sia economicamente che socialmente.

Se i sondaggi dovessero essere confermati, sarete costretti a fare un accordo col Likud, oppure stare all’opposizione. Quale prospettiva ritiene più realizzabile? 

Non possiamo indovinare quale sarà il tempo domani: i sondaggi cambiano costantemente durante le elezioni. Quello che sappiamo è che siamo venuti per sostituire Netanyahu. Non credo che sarà in grado di formare un governo. Se alla fine sarà in grado di farlo – con il sostegno di Naftali Bennett e altri che non hanno escluso di sostenerlo, allora serviremo il popolo israeliano all’opposizione.

Lei è uscita dal Likud proprio successivamente a una polemica con il primo ministro sulla gestione della pandemia. Eppure sembra che Israele stia andando molto veloce riguardo le vaccinazioni. Cosa c’è di vero, e cosa potrebbe imparare l’Europa dal modello israeliano? 

Dobbiamo tutti imparare gli uni dagli altri. Ma ciò che Israele può fornire è un buon modello per la distribuzione dei vaccini. È un risultato ottenuto grazie al nostro sistema sanitario, in base al quale i cittadini si iscrivono a diverse organizzazioni nazionali di tutela della salute: si tratta di partnership tra pubblico-privato e quindi sono competitivi, ma regolamentati, e forniscono la migliore assistenza su tutta la linea. Ancora più importante, abbiamo digitalizzato il sistema sanitario, il che significa che ogni cittadino può fissare un appuntamento e ricevere aggiornamenti tramite il proprio telefono o computer, naturalmente anche di persona. Ciò consente al sistema di tracciare e condividere le informazioni necessarie con le autorità sanitarie per organizzare e coordinare operazioni di massa come il lancio del vaccino.

Quali problemi interni, oltre al covid, hanno portato alla luce queste ennesime elezioni? 

Purtroppo, il motivo per cui ci sarà una quarta elezione in due anni è perché un uomo è determinato a rimanere al potere, qualunque cosa accada! C’è una maggioranza che è di destra, ma non una maggioranza che è disposta a consentire a Netanyahu di rimanere al potere. È in carica da 15 anni ormai e per una serie di ragioni il popolo israeliano sente di aver bisogno di un cambiamento. A causa della crisi per il coronavirus l’anno scorso si è formato un governo d’emergenza, ma non è durato perché non c’era fiducia o unità e alla fine Netanyahu non ha mantenuto la parola data ai suoi partner di coalizione. È mia speranza e mia sincera convinzione che saremo in grado di uscire da queste elezioni con un governo stabile e, soprattutto, che siano Gideon Saar e New Hope gli unici in grado di formare un tale governo. 

Una domanda di politica estera.  Cosa vi aspettate dall’amministrazione Biden, specialmente per quanto riguarda il dossier nucleare, anche in riferimento alla situazione iraniana?

L’Iran non è solo una minaccia per Israele. L’Iran – e un Iran nucleare – è una minaccia per il mondo intero. In effetti, anche senza un’arma nucleare, si stanno stabilendo in Siria, in Libano, stanno accumulando armi e missili sempre più avanzati al confine israeliano e suscitano terrore ed instabilità in tutta la regione e nel mondo. Israele e l’amministrazione americana condividono gli stessi obiettivi qui: impedire all’Iran di raggiungere un’arma nucleare e destabilizzare la regione. Quindi, non crediamo che gli Stati Uniti debbano tornare al JPOCA così com’era – poiché non ha raggiunto nessuno di questi obiettivi, l’Iran continua a creare terrore e sviluppare armi nucleari. Ma voglio aggiungere qualcos’altro, devo anche dire, che sono vicina al popolo iraniano. Il loro regime, che li opprime in tanti modi, ha speso 100 miliardi di dollari per le loro ambizioni nucleari, finanziano con 700 milioni di dollari all’anno Hezbollah … eppure il 30% della loro stessa gente vive in povertà. Qualsiasi soluzione che la comunità internazionale adotterà per porre fine alla minaccia dell’Iran, dovrà avere una risposta anche per il popolo iraniano.

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