IRINI: il contributo europeo alla stabilità della Libia e le ambizioni di Ankara nel Mediterraneo

0
552

Fonte: EUNAVFOR MED Operazioni Irini, Ministero della Difesa, https://www.difesa.it/OperazioniMilitari/op_intern_corso/EUNAVFOR_MED_Operazione_Irini/Pagine/default.aspx

E’ dello scorso 23 novembre, la notizia della vibrata protesta della Turchia riguardo l’operazione IRINI, resasi colpevole, a detta di Ankara, di aver ecceduto i propri obiettivi dichiarati procedendo ad una ispezione nei confronti di un mercantile turco diretto in Libia.

Questo aspetto, che potrebbe sembrare un incidente “tecnico” durante lo svolgimento di una normale e legittima attività di pattugliamento, assume però tutt’altra valenza se consideriamo la politica mediterranea che la Turchia sta portando avanti negli ultimi anni ed all’atteggiamento – piuttosto contraddittorio – degli occidentali in merito, soprattutto dell’Unione Europea, oltre al silenzio e alle cautele degli Stati Uniti di Donald Trump nei riguardi della Turchia.

L’operazione IRINI attualmente è l’unico strumento esistente a disposizione dell’Unione Europea per incidere sulla crisi libica. Il suo obiettivo è far rispettare l’embargo delle Nazioni Unite sul traffico di armi nei confronti della Libia. Il mandato prevede, inoltre, 3 compiti secondari: il monitoraggio dei traffici illeciti di petrolio e derivati, l’addestramento e monitoraggio della Guardia Costiera e della Marina Militare libiche e il contributo alla disarticolazione del modello di business dei trafficanti di esseri umani.

Tale operazione ha, fino ad oggi, conseguito importanti risultati, con più di 1.400 interrogazioni, 58 visite consensuali e 6 ispezioni. Una di queste ha portato al sequestro di carburante utilizzabile per scopi militari destinato alla Cirenaica. L’operazione, come ricordato nella recente Conferenza Shared Awareness and De – confliction in the Mediterranean (Shade Med 2020), dall’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’UE Josef Borrell, “è una dimostrazione concreta dell’impegno UE per una de-escalation del conflitto libico e per creare solide basi per un accordo di pace sostenibile“. In questo contesto l’Italia si trova in prima linea, dato che la sede del comando operativo dell’operazione dell’Unione Europea, EUNAVFOR MED IRINI è a Roma e con comandante italiano, l’Ammiraglio Fabio Agostini.

Tale atteggiamento piuttosto assertivo ed accusatorio non è nuovo nei confronti dell’Unione europea, di cui Ankara ha già stigmatizzato la politica riguardo le recenti sanzioni, definendole semplicemente “illegali” e sottolineando che esistano, tra la Turchia e l’EU (ma anche tra Turchia e USA) forti flussi commerciali che qualora venissero limitati, comporterebbero uguali danni per entrambe le parti.

Attualmente la Turchia ha portato avanti una serie di rivendicazioni, nel Mediterraneo orientale, che sono entrate nel mirino dell’UE: dal problema delle trivellazioni in aree marittime che la Grecia considera di propria pertinenza fino ai recenti colloqui con le autorità di Cipro Est, vi è stata, negli ultimi mesi, una escalation diplomatica che ha visto coinvolti soprattutto interessi legati alla sfera energetica ed economica più che territoriale in senso “classico”.

Cionondiméno con la riconversione di Santa Sofia e la minaccia verso Israele di “liberare al-Aqsa”, il neocolonialismo di Erdogan si è dimostrato non soltanto geopolitico, ma anche culturale e religioso,  riuscendo, senza particolari pressioni e prove di muscoli, a penetrare culturalmente in tutta l’area che gli è vicina (Azerbaijan, Iraq, Albania) e diventando una sorta di sultanato ombra che non si vede, ma in realtà c’è.

Se è vero, come è infatti vero, che le acque territoriali turche sono state ridotte al minimo dai trattati e dagli eventi che si sono succeduti nel ventesimo secolo, è altrettanto vero che solo dopo che il Mediterraneo – spec. Orientale – è diventato un teatro della politica energetica, che la politica turca è passata da un livello di rivendicazione di bandiera ad un atteggiamento molto più assertivo e, se consideriamo il lato militare, molto più aggressivo.

La verità è che l’economia turca è passata da un consistente incremento registrato nella prima fase dell’era Erdogan a una sostanziale stagnazione del periodo attuale, con industria al palo, inflazione a due cifre e la lira turca in situazione sempre più precaria sui mercati: il tutto aggravato dalla pandemia Covid.

Ed è proprio in quest’ottica che le sanzioni UE (a cui si aggiungeranno, forse addirittura quelle USA, per la vicenda degli S-400) pesano particolarmente, in quanto vanno a incidere su una economia traballante,  rompono, in parte,  lo schema dell’appeasement e vanno ad urtare quella politica espansiva sul settore energetico di cui la Libia è diventata un teatro importante, con l’appoggio turco al governo del GNA e il conseguente accordo di reciproco riconoscimento di una Zona Economica Esclusiva (ZEE).

A partire dal navtex, quella che è stata una lunga pastoia diplomatica, si è trasformata in una escalation di eventi, Macron, la Merkel, e il premier greco si pronunciano allo stesso modo di fronte alle dichiarazioni della Turchia che condanna le sanzioni ritenendole illegittime. E le parole del presidente francese, “Abbiamo dato una possibilità alla Turchia” a ottobre, ma “abbiamo notato all’unanimità che ha continuato le sue azioni provocatorie”, confermano che la politica dell’appeasement ha smesso di funzionare nel lontano 1939.

L’inevitabile conclusione è che nel ventunesimo secolo non dovrebbe essere possibile risolvere i propri problemi economici e finanziari con politiche di tipo neo coloniale o predatorio né poter contare sulla sostanziale acquiescenza del mondo di fronte ad atteggiamenti aggressivi, specie quando – come dice lo stesso Erdogan, contraddicendosi nei fatti – esistono delle sfere di interscambio e quindi degli interessi sostanzialmente comuni.

Comments are closed.