Una delle aree di studio del Diritto internazionale umanitario è il trattamento dei prigionieri di guerra ed è interessante vedere come questo si sia evoluto nel corso dei secoli.

Nelle guerre più antiche non esisteva la figura del prigioniero, gli sconfitti venivano uccisi o resi schiavi e addirittura, durante le guerre di religione, era spesso considerato desiderabile uccidere i nemici, ritenuti infedeli o eretici.

Tra il XVI e il XVII secolo si pensava che il vincitore avesse il diritto di schiavizzare il perdente, erano infatti accettati lo scambio e il riscatto del combattente sconfitto.

Si considera la Pace di Vestfalia, stipulata nel 1648 alla fine di uno dei più sanguinosi conflitti d’Europa, uno spartiacque, in quanto segnò una nuova concezione del prigioniero, il quale cominciò ad essere liberato senza riscatto.

Il tema del trattamento del prigioniero di guerra interessò anche Montesquieu che scrisse ne “Lo spirito delle leggi” che l’unico diritto che lo Stato detentore dei prigionieri di guerra aveva su di loro era quello impedirgli di fare del male. 

Verso la metà del XIX secolo nel mondo occidentale i principi sul trattamento dei prigionieri erano noti ma non sempre venivano rispettati come nel caso della guerra di secessione americana (1861-65) e della guerra franco-prussiana (1870-71).

Nella seconda metà del secolo si tentò di migliorare nuovamente il destino dei soldati e nel 1899 e nel 1907 le conferenze internazionali all’Aja stabilirono regole di condotta che ottennero un certo riconoscimento nel diritto internazionale. 

Tuttavia nella prima guerra mondiale, dato il gran numero di prigionieri di guerra, si rivelò difficile per gli Stati gestirli e garantire loro un giusto trattamento.

Le norme a cui si fa riferimento quando si parla di prigionieri di guerra sono la “Convenzione sul trattamento dei prigionieri di guerra” (27 luglio 1929) il cui secondo articolo recitava: I prigionieri di guerra sono in potere della Potenza nemica e non degli individui o dei corpi di truppa che li hanno catturati. Essi devono essere trattati sempre con umanità ed essere protetti specialmente dagli atti di violenza, dagli insulti e dalla pubblica curiosità. Le misure di rappresaglie nei loro confronti devono essere proibite.

È stata però la terza Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 e successivamente il “I Protocollo addizionale relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali” del 8 giugno 1977 a sancire un effettivo impegno degli Stati nel garantire una considerazione più umana possibile del prigioniero di guerra.

Si deve ricordare inoltre, che nel 1996 le Quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 sono state dichiarate dalla Corte di Giustizia dell’UE norme consuetudinarie e quindi vincolanti anche per gli Stati che non vi hanno aderito.

L’8 dicembre 2019 si celebrano i 70 anni dalla ratifica delle Convenzioni di Ginevra, pietre miliari del Diritto Internazionale Umanitario che hanno permesso di salvare innumerevoli vite durante i conflitti armati e che rimangono “un punto di riferimento per la tutela delle vittime anche nelle situazioni più atroci”, a detta di Francesco Rocca, presidente della Croce rossa italiana.

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