Il viaggio di questo mese del presidente degli Stati Uniti Joe Biden nel continente Europeo ha rappresentato più un messaggio scenografico indirizzato ad alleati ed avversari, interni ed esterni, che una vera e propria virata nell’agenda geopolitica americana.

Dal punto di vista interno, il fragilissimo equilibrio americano è sempre più minacciato da plurime tensioni endogene: le élite del ceppo germanico delle aree costiere, la California ed il nordest del paese, sin dall’inizio dell’éra Trump hanno cercato di fare di tutto per assimilare definitivamente, scardinandolo dalla storia patria, il sistema di valori del Sud, del Midwest e dell’heartland in generale. Il magnate newyorchese, del tutto estraneo per estrazione sociale al modus vivendi dell’America nuda e cruda, ne ha personificato, tuttavia, durante il suo mandato, ed anche durante le sue campagne elettorali (pressoché permanenti), le istanze più profonde, e questo ha portato presumibilmente alla sua defenestrazione – in modo discusso.
La via maestra della gestione dell’Impero durante l’era del tycoon è stata il progressivo disimpegno dalle aree calde del globo e concentrazione sulle problematiche economiche della Rust Belt: in quest’ottica si è assistito ad una sostanziale normalizzazione dei rapporti con la Russia; incontri storici, ed amichevoli, con il leader coreano Kim Jong Un; la promozione degli accordi di pace tra Israele e stati arabi; un progressivo disimpegno dai quadranti più intricati del globo appaltandone la gestione agli alleati maggiormente fidati (il promesso ritiro delle truppe dalla guerra infinita afghana, ad esempio); controllo sull’Europa col contenimento dell’espansionismo economico tedesco ed una maggior presenza nell’area orientale del Vecchio Continente; attacco alla Cina quando Pechino ha iniziato ad alzare la testa.
L’avvelenatissima campagna elettorale americana ha pero’ mostrato i nervi scoperti del tessuto sociale statunitense. La storica invasione del Congresso da parte di un gruppo di scalmanati, neanche tanto organizzati, è stato simbolicamente un atto più grave dell’11 settembre, se si vuole: l’America è sembrata, agli occhi del mondo, di nemici ed amici, fragile, in ginocchio, vulnerabile, un paese che pretende di esportare la democrazia senza saperla garantire sul suolo patrio. L’immagine americana ne è uscita seriamente deteriorata, e l’amministrazione Biden ha avuto un solo obiettivo: spostare i riflettori dell’attenzione globale all’esterno delle frontiere americane, mentre cerca di mettere una pezza in casa propria.
Cosa è cambiato dunque nell’éra Biden? Vediamo nel dettaglio.

I RAPPORTI CON L’UE E CON LA NATO

Per quanto riguarda il nostro continente, gli USA hanno sostanzialmente cercato di mantenere una postura di controllo sugli alleati atlantici. L’UE continua a rappresentare per gli egemoni un mezzo per contenere l’espansionismo tedesco, cifra quasi accademica della geopolitica a stelle e strisce (è per “colpa” loro che si sono sobbarcati l’onere di due guerre mondiali e le fatiche dell’Impero). Il c.d. Recovery Fund, che puo’ essere letto come uno strumento di espansione tedesco, è mitigato dalla nuova alleanza italo-francese col cappello a stelle e strisce, che imporrà a Berlino una rilettura delle tematiche di debito buono e cattivo. Washington ha messo il naso anche negli affari interni tedeschi: è facile rintracciare, nell’ascesa dei Verdi teutonici, l’impronta politica del partito democratico americano.
Nella sostanza, gli americani permettono agli europei di fare affari con Pechino, come durante l’éra Trump, ma gli si richiede un maggiore impegno militare in diversi teatri globali, non ultimo proprio quello cinese. Il principale obiettivo, pienamente centrato, dagli USA, durante la visita di Biden di questi giorni, è stato l’attacco concentrico delle nazioni democratiche al colosso comunista: la dichiarazione congiunta di fine G7 richiede una nuova inchiesta sull’origine del COVID-19 e accusa pesantemente Pechino della violazione dei diritti umani nei campi di acculturamento della Repubblica Popolare; la retorica del rispetto dei diritti umani, tema sempre sensibile nelle cancellerie occidentali, torna utile per la richiesta di supporto bellico nell’Indo-Pacifico e per l’esclusione, ormai effettiva, di Huawei dall’installazione del 5G in Europa.

In cambio, gli americani hanno permesso agli europei di applicare tasse salate ai profitti dei colossi del web statunitensi, che, contrariamente a quello che si legge nella maggior parte degli approfondimenti dei media occidentali, sono emanazioni del governo statunitense dal quale dipendono completamente per knowhow tecnologico e supporto logistico, e al quale devono fornire dettagliatamente i dati dei loro utenti. Ancora più in dettaglio, hanno concesso alla Germania la costruzione del gasdotto NordStream 2, che legherà economicamente Berlino a Mosca.
Agli stati dell’Europa Orientale, molto meno sensibili dei membri storici dell’UE alla tematica dei diritti umani, gli USA hanno richiesto uno sforzo enorme in termini di contenimento dell’arcinemico storico russo: la presenza militare americana nei paesi del gruppo di Visegrad ed in Romania è aumentata considerevolmente, al fine di preparare i russi, come vedremo più avanti, allo storico incontro dello scorso 16 giugno tra Biden e Putin. I paesi dell’Est Europa, che per garantirsi la loro stessa sopravvivenza devono evitare di farsi materialmente invadere da Mosca, hanno accettato volentieri la mano statunitense; inoltre, anche loro rinunceranno all’installazione delle antenne 5G cinesi, in cambio di una montagna di dollari americani.
Il comunicato diramato a seguito dell’incontro NATO del 14 giugno ha evidenziato le necessità americane: preoccupazione per Russia e Cina.
Dai summit di G7 e NATO è anche venuta fuori una necessità che gli americani presentano ad alleati e clientes già da diversi anni: “sbrigatevela voi quando non strettamente necessario”. La posizione USA nella querelle UE-UK sulla gestione di Irlanda e Scozia è assolutamente salomonica, come pure i rapporti tra Italia, Francia, Grecia e Turchia: giocate pure, ma vi stiamo controllando. Agli inglesi è stato detto chiaramente che non ci sarà nessun supporto al mantenimento del feudo britannico sull’isola celtica, e i francesi non dovranno esagerare nel punzecchiare Londra sul tema; i turchi servono agli americani, in Libia e in Anatolia per contrastare la Russia, in Afghanistan per disturbare la Cina. Avranno in cambio un’apertura di credito geopolitico per il loro sogno imperiale, ma senza disturbare troppo greci e israeliani, e questo perché gli americani continuano ad essere decisamente posizionati nelle loro basi mediterranee.
È davvero cambiato qualcosa nella sostanza della politica americana in Europa? Poco, soltanto la veste comportamentale adottata dall’egemone.

I RAPPORTI CON LA RUSSIA

Apparentemente, sembra questo il dossier sul quale la politica americana con Biden ha cambiato rotta; eppure, come vedremo, non è esattamente così.
Biden è stato per anni membro della commissione Esteri, e la sua età anagrafica ci testimonia che ha vissuto la gran parte della sua vita durante la guerra fredda: la Russia è il nemico di sempre, e lo è ancora per la maggior parte degli americani; di più, la Russia è davvero il caro miglior nemico. Mosca e Washington si conoscono, conoscono i loro limiti e le loro capacità di interazione e comunicazione reciproche. Mentre pero’ Trump giocava ad andare d’amore e d’accordo con Putin, Biden ha sin da subito individuato nei russi il nemico di sempre sul quale riversare l’attenzione nazionale per distogliere i riflettori dai problemi di stabilità interna. Il caso del diplomatico italiano che vendeva segreti ai russi montato ad arte, l’espulsione di 18 diplomatici russi dalla Repubblica Ceca, la difesa di Navalny (il migliore oppositore che Putin possa ritrovarsi in casa, date le risibili percentuali di consenso che si ritrova) e soprattutto la pericolosissima minaccia di annettere l’Ucraina alla NATO – tutti eventi degli scorsi mesi – avrebbero potuto rappresentare, per Mosca, più di un casus belli atto a scatenare una reazione uguale e contraria; o perlomeno un avvicinamento, pericolosissimo per gli Stati Uniti, del gigante atomico russo alla Cina, che non puo’ certo vantare la stessa potenza bellica dell’ex impero zarista. Se non fosse che i russi conoscono bene gli americani, e che con la stessa Cina condividono 4.250 km di frontiera.
L’incontro tra i duellanti della guerra fredda è stato definito da Putin “costruttivo e diretto”, ed ha aggiunto “cercheremo la via per avvicinarci”. I due hanno anche marcato il territorio: stop cyberattacchi per Washington, stop manovre di confine ad opera della NATO per Mosca.
A parte la veste comportamentale dell’egemone, anche in questo caso non sembra essere cambiato molto nei rapporti con la Russia. C’è invece da rimarcare il sangue freddo russo, la linea soft tenuta da Putin anche nei casi più gravi di attacco a Mosca (la definizione di “assassino” dal nuovo presidente americano non dev’essere stato un colpo facile da incassare per lo zar di San Pietroburgo), ad ulteriore conferma della grande abilità diplomatica della terza Roma.

Il vero dossier caldo, il campo sul quale sia la postura che la sostanza della strategia americana non sono cambiate, è la Cina. Pechino ha dichiarato guerra agli USA, e gli americani non lasceranno cadere nel vuoto le provocazioni cinesi degli ultimi anni. Come abbiamo visto, gli alleati europei sono stati costretti, obtorto collo, a rinunciare a molti accordi economici con Pechino, linfa vitale per l’economia europea messa in ginocchio dal COVID-19; e, di sicuro, anche sul dossier pandemico gli americani vorranno andare fino in fondo per accertare le responsabilità degli asiatici nel diffondersi del virus. Gli stessi europei sono chiamati a partecipare attivamente al contenimento bellico cinese nell’Indo Pacifico; si puo’ dire che l’unico vero punto di convergenza tra USA e Russia sia stato trovato sulla resistenza comune all’espansione cinese nell’Artico. Infine, gli americani hanno abbandonato (?) Kabul principalmente per lasciare una potenziale bomba terroristica innescata nell’attuale tallone d’Achille dei cinesi; lo Xinjiang, la provincia cinese abitata della minoranza turca dei musulmani Uiguri che sono attualmente perseguitati da Pechino, confina per 76, decisivi, chilometri con l’Afghanistan. Non è un caso che l’unica nazione a lamentarsi all’ONU dell’aumentata instabilità afghana dopo l’abbandono americano sia stata proprio… la Cina. Washington farà presto ad appaltare la gestione del caos afghano all’alleato turco, e la Cina farà bene a preoccuparsene seriamente.

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