di Ludovica Guglielmo

Il Sahel, si è sempre presentato come una zona particolarmente complessa, sia dal punto di vista religioso, che dal punto di vista etnico.  Quest’area, nota come “bordo del deserto”, segna il confine tra il Nord Africa, a maggioranza musulmana e i paesi della costa occidentale, prevalentemente cristiani. La diversità etnica, mette in difficoltà i poteri centrali nella costruzione di un’identità nazionale, a causa delle innumerevoli tribù presenti sul territorio e delle loro differenti lingue. Più ci si allontana dal centro politico del paese, meno è forte l’attaccamento al senso di cittadinanza e primeggia quello tribale. La regione, ospita distinte popolazioni di origine arabe e berbere, tipiche del nord, gruppi etnici subsahariani come gli Hausa, i Songhai e i Fulani. Fondamentali sono i rapporti tra questi gruppi. La discriminazione, che è un elemento cardine nelle questioni etnico sociali, crea motivi di scontro tra le tribù e situazioni di svantaggio nella quotidianità, che porta chi è in maggiore difficoltà, ad essere più sensibile al tema della radicalizzazione.

Ci sono zone del Sahel, che dal punto di vista dell’agricoltura e della pastorizia sono arrivate a saturazione. Aree come il lago Ciad, si stanno prosciugando, per cui non è più possibile raggiungere un livello della produzione alimentare, al di sopra della soglia di sopravvivenza. Nel corso degli anni, si è registrato un vertiginoso aumento del processo di desertificazione, l’inaridimento dei fiumi, lunghi periodi di siccità e piogge troppo violente che hanno causato profonde catastrofi naturali. Il cambiamento climatico costituisce un moltiplicatore di minacce. Esso produce una serie di conseguenze che arreca danni all’intera economia del paese, causa la perdita di territori e dispute legate ai confini territoriali, genera l’aumento dell’instabilità e dei flussi migratori indotti dalla disoccupazione.

Così, i confini tra il Sahel e la Libia, si assottigliano ogni giorno di più. Il Sahara rappresenta, per la stragrande maggioranza dei migranti che mirano all’Europa, la porta d’ingresso per raggiungere la Libia. Varie organizzazioni criminali transnazionali della regione, approfittando dell’assenza di un potere centrale riconosciuto, si sono aggiunte alle criminalità locali libiche, favorendo una sofisticata rete di traffico di esseri umani.

La Libia, in precedenza, ha ospitato migranti stagionali provenienti dal Sahel che riuscivano a lavorare per brevi periodi e poi tornare nel proprio paese di origine. Grazie alla florida economia del petrodollaro, la Libia, ha rappresentato per anni un territorio sicuro dove rifugiarsi, una casa accogliente per tutti quei popoli subsahariani in fuga da guerre e carestie.

Le migrazioni non sono conseguenza esclusiva della scarsità di risorse alimentari, della disoccupazione giovanile, del fattore geografico e del sostrato sociale. Le migrazioni, sono anche la conseguenza degli attacchi di matrice terroristica, nei confronti dei villaggi e delle città Saheliane in cui avvengono radicalizzazioni forzate.

Dal 2011, dopo la caduta del regime del Colonnello Gheddafi, l’anarchia regna sovrana in Libia. I paesi europei, non hanno più avuto un interlocutore, in grado di controllare il territorio e tenere a freno, le partenze dei migranti. La pressione migratoria che sta subendo l’Europa, non è solamente una catastrofe umanitaria ma anche una strategia criminale.

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