IL DESTINO DI UN MARE

Esistono luoghi destinati a marcare la storia: il Mediterraneo Orientale lo fa ininterrottamente, da piu’ di 6.000 anni. Da principio, culla delle civiltà dell’Egeo che hanno fondato le basi dell’evoluzione culturale umana; successivamente, area di scontro per gli imperi del bacino mediterraneo; da Suez in poi, porta dell’Occidente per chi viene dall’Asia, e viceversa, a seconda di chi guarda. Oggi, alle caratteristiche geografiche che la natura ha donato a questa fetta di terre sommerse, si sommano ingenti interessi economici dopo le recenti scoperte di importanti giacimenti di gas naturale a largo di Cipro.

IL MARE DI CASA

Cipro, ça va sans dire, è il simbolo per antonomasia dello scontro per eccellenza per il dominio delle acque del Mediterraneo Orientale, mare di casa per grandi e piccoli imperi, per grosse potenze e micronazioni. Per un poco, mare di casa anche per noi italiani, ma piu’ di tutti, storicamente, per Grecia e Turchia.
Il concetto di mare di casa, e relativa rivendicazione di acque considerate proprie, è la miccia che innesca gli scontri di tutti popoli del Mediterraneo. 

Negli ultimi anni, complice anche un apparente disinteresse per le cose europee manifestato dagli USA durante la presidenza Trump, molti paesi rivieraschi hanno iniziato ad autoproclamare Zone Economiche Esclusive (ZEE) come un’arma di deterrenza ed affermazione di potenza nei riguardi dei propri vicini. La ZEE, si ricorda, seguendo i termini di UNCLOS, si può estendere fino a 200 miglia da quello che viene considerato il limite delle acque territoriali.

Il concetto è, pero’, molto discusso e discutibile, dati i rapporti di obbligato vicinato tra i paesi mediterranei: nessuno ha acque territoriali tanto distanti da poter garantire lo spazio di 200 miglia, e il limite di acque territoriali puo’ essere considerato 6 o 12 miglia, tanto che, ad esempio, il Golfo della Sirte è considerato completamente libico, e l’Algeria ha ultimamente proclamato la propria ZEE fino a poche miglia dalla nostra Sardegna.
Immaginiamo la costa turca che è a un tiro di schioppo dalle isole greche del Dodecaneso.

LA PATRIA BLU

Cem Gurdeniz è l’ ammiraglio turco che teorizzò, dalle prigioni patrie – all’epoca era nemico di Gulen, che era amico di Erdogan -, il concetto di Mavi Vatan, la Patria Blu. Secondo l’ammiraglio, la Turchia deve pensare il mare come se fosse terra, e dunque l’estensione marittima del proprio paese deve riflettersi sulle terre sommerse; va da sé che, secondo questo ragionamento, le acque a largo di Cipro sono di competenza della penisola Anatolica, ed Ankara ha il diritto di esercitare la propria giurisdizione in ambiti che per forza di cose diventano contesi negli stretti spazi dell’Egeo. Le navi turche e greche, quest’estate, si sono spesso scontrate di fronte agli arcipelaghi ellenici ben oltre le mere scaramucce, con esercitazioni degenerate quasi sempre in prodromi di scontri armati ad un centimetro dal clamoroso incidente diplomatico.
Complice l’indifferenza americana ed europea, la Turchia ha seguito il proprio ragionamento, ed il massiccio – e trionfale – intervento turco nel conflitto libico è stata una logica conseguenza delle mire espansionistiche dell’esecutivo della mezzaluna: i turchi, di fatto, hanno creato un vero e proprio corridoio marittimo preferenziale che lega l’Anatolia alla Cirenaica.
Il massiccio riarmo turco – esercito portato ad 80.000 effettivi, costruzione di una flotta all’avanguardia, intervento in tutti i teatri di conflitto adiacenti ai propri confini, esercizio del soft power in molte aree mediorientali – ha portato la Russia, ormai in crisi cronica, ad accordarsi in una sorta di non belligeranza con Ankara, col culmine raggiunto nell’imposizione della resa alla storica alleata Armenia nel conflitto con l’Azerbaigian; la Francia, primattore dell’area mediterranea, a scagliarsi apertamente contro Erdogan; la Grecia ad esser costretta ad alzare un muro difensivo contro l’ex colonizzatore ottomano.

LE SCELTE DI ATENE ED ANKARA

Ovvio che un paese come la Grecia, falcidiato dalla crisi economica, indebitato fino all’osso con l’Unione Europea, non ha potuto far altro che cercare di delegare la propria difesa a tutti gli alleati dell’area – considerando, comunque, che formalmente la Turchia è a tutti gli effetti un alleato NATO. Ha esteso il proprio limite di acque territoriali a 12 miglia, col placet italiano – ci è costato qualche miglio di mare a largo di Corfù, ma è un sacrificio sopportabile -, ha ottenuto la vendita di 18 caccia Rafale dalla Francia, ha stretto accordi con Israele per l’istituzione di una accademia aeronautica d’eccellenza sul suolo ellenico per addestrare i piloti all’utilizzo di 10 aerei M-346 (prodotti dalla nostra Leonardo), oltre a stringere con lo stato ebraico l’accordo per la costruzione del gasdotto Eastmed, che dovrebbe tagliare in due la sfera d’influenza anatolica.

Per tutta risposta la Turchia non ha lesinato sforzi nel cercare sponde nel quadrante: ha trattato con gli inglesi la vendita di una portaerei (mezzo di cui, per adesso, la flotta di Ankara risulta sprovvista), ottenendo i piani progettuali per costruirsene una autarchica, coi russi la vendita di una serie di missili S-400 ed è di pochi giorni fa la notizia che la Germania, partner privilegiato storico di Ankara, rifornirà la mezzaluna di sei sottomarini U-214 prodotti da Thyssen.

La scelta, obbligata, di appaltare la propria difesa agli altri, potrebbe gravare pericolosamente sulla stabilità geopolitica greca: questa decisione potrebbe significare, un domani, uno scarico di responsabilità da parte degli attori coinvolti in cambio di una distensione degli animi della minacciosa Ankara; oltretutto, stringendosi ancor di piu’ all’Occidente, la Grecia potrà contare di meno sull’appoggio economico cinese, venuto in sostegno nei primi anni della crisi, e militare di Mosca, storico pilastro del cristianesimo ortodosso. Dall’altra parte, la crescita esponenziale del riarmo potrebbe avere dei costi non sostenibili per l’economia turca, ora che la distensione dei rapporti diplomatici mediorientali sembra placare le paure del Qatar, principale finanziatore di Erdogan.

QUALI SVILUPPI

Urge un arbitrato internazionale. Il nono incontro greco-turco sul mediterraneo orientale, tenutosi alla NATO a Bruxelles a febbraio, si è prevedibilmente concluso in un nulla di fatto. Tedeschi e Francesi, partner privilegiati per ciascuno dei due contendenti, dovrebbero responsabilmente gestire il rientro della crisi, con l’Italia a svolgere il ruolo che ci spetta di arbitri nel Mediterraneo.
Intanto il nuovo corso americano, inaugurato con la presidenza Biden, ha già manifestato la chiara intenzione di rientrare a pieno titolo nel gioco degli equilibri mondiali, fornendo i primi segnali: gli americani raddoppieranno l’ampiezza della baia di Souda a Creta e hanno rigorosamente negato ai turchi la vendita dei preziosissimi caccia F-35 a decollo verticale, come rappresaglia per l’incauto acquisto dei missili russi già citati, e probabilmente per aver dato a Mosca ampio spazio per allargare la propria influenza nel Mare Nostrum. Mosse che ci si augura prodromiche alla distensione degli animi nel quadrante.

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