Il Golfo Persico e le sue sfide politiche, religiose e culturali: un breve sguardo dall’interno

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di Shirin Zakeri

Numerose analisi geopolitiche hanno recentemente dimostrato l’esistenza di un’alta tensione internazionale sullo stretto di Hormuz, dove vige il cosiddetto “veto” dell’Iran, che, per non essere escluso dall’economia internazionale, nonostante le sanzioni da parte degli Stati Uniti –  che colpiscono fortemente l’economia del Paese – ci dimostra così la sua potenza.

Proprio ieri il presidente iraniano ha elogiato il corpo paramilitare iraniano (i guardiani della rivoluzione) per il suo sforzo di mantenere la sicurezza e per la sua azione coraggiosa  nel fermare l’offensiva britannica nello stretto di  Hormuz.

Ma lo stretto di Hormuz  non è solo importante dal punto di vista economico: nella memoria iraniana, esso è importante anche per l’evento tragico della caduta dell’areo Iran Air volo 655, che venne abbattuto da un missile statunitense mentre sorvolava lo Stretto di Hormuz  il 3 luglio 1988, poco prima che finisse la guerra tra Iran ed Iraq. Persero  la vita 274  civili. 

In tutto ciò, quest’area non ha solo interessi economici o politici, ma anche culturali e religiosi. Gli sforzi dei Paesi Arabi nell’area del Golfo Persico, soprattutto dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates, UAE) per cambiare il nome da “Golfo Persico” a “Golfo Arabico”, è un’altra sfida che tocca soprattutto il sentimento nazionale degli iraniani, ma che ha spinto anche il governo conservatore iraniano a fare la proposta di creare addirittura una nuova regione con il nome di “Golfo Persico” pur di proteggerlo. 

Detto questo, non si può trascurare la pretesa della sovranità degli UAE su una  delle tre Isole Iraniane, quella di  Abu Musa nel Golfo Persico, che è stata ufficialmente riconosciuta territorio iraniano sotto il regime dello Mohammad Reza Shah Pahlavi mentre veniva riconosciuta l’indipendenza del Bahrein dallo Stato Iraniano. In tutto ciò, questa tensione ha portato il governo dell’ex presidente iraniano Ahmadinezhad ad un scontro con i paesi Arabi che fino ad oggi rimane aperto.  Questa regione include anche una minoranza etnica araba e di fede islamica sunnita,  alimentata dagli altri paesi nell’area del Golfo Persico perché attuasse una rivolto contro il governo iraniano a favore di un  ingresso in area di influenza araba, in modo da rappresentare una speranza per i Paesi arabi nell’area del Golfo Persico.

Oggi, oramai lo scontro dell’Iran non è più con Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita (i tre paesi a favore delle sanzioni verso l’Iran)  ma è  arrivato anche a Paesi Europei con le ultime tensioni della crisi nella zona. Il dibattito sulla sicurezza dello stretto di Hormuz si sta allargando da quando gli Stati Uniti sono usciti dall’accordo sul nucleare iraniano  (JCPOA) del 2015.

L’Iran sta subendo una forte crisi economica per le nuove sanzioni, e i suoi ultimatum  di continuare gli obiettivi dell’JCPOA senza gli Stati Uniti hanno creato perplessità negli alleati europei. Questo fatto ha portato l’Iran a prendere decisioni senza confrontarsi con altri poteri esteri, in particolare sullo stretto di Hormuz.

Se anche il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che non ci sarà un’altra guerra in medio oriente, così come ha fatto anche il presiedente iraniano Hassan Ruohani,  l’incubo della parola “guerra” non abbandona gli iraniani fin dalla tragedia dell’11 settembre.

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