Il 12 ottobre scorso si è tenuto a Kiev il 23° vertice tra l’Unione europea e l’Ucraina, circostanza in cui si sono riuniti il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il Presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy. L’incontro è servito come occasione in cui i tre leader hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta, ribadendo il loro impegno a rafforzare l’associazione politica ed economica tra Ucraina e UE, la collaborazione tra paesi per combattere la pandemia da Covid-19 e le dinamiche di politica estera e sicurezza. In particolare, l’Unione europea ha riaffermato il suo totale sostegno alla sovranità e all’indipendenza dell’Ucraina, condannando nuovamente le violazioni alla sua integrità territoriale rappresentate dagli eventi del 2014 da parte della Federazione Russa.

Le dinamiche di tensione tra Ucraina e Russia non sono affatto nuove nel panorama internazionale. Il teatro in cui si svolgono è lo stesso da tempo: il Mar Nero, uno specchio d’acqua di grande rilevanza strategica e geoeconomica grazie al suo stretto di Kerč’ (che lo connette con il Mar d’Azov) e lo stretto del Bosforo (che lo connette con il Mar di Marmara, a sua volta collegato all’Egeo tramite lo stretto dei Dardanelli). Le dispute intorno questa zona d’interesse si trascinano, tra alti e bassi, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, nel 1991. Da allora, le controversie territoriali e i tentativi di diplomazia hanno continuato a susseguirsi, fino al 2014, l’inizio di una guerra che ad oggi è ancora in corso.

Ripercorrendo i fatti più considerevoli, nel 2013 il Presidente dell’Ucraina era Viktor Janukovyč, le cui scelte di governo in campo estero a favore di rapporti filo-russi piuttosto che filo-europei portarono il paese ad un malcontento che sfociò nell’Euromaidan, una serie di manifestazioni tenutesi tra il 21 e il 22 novembre 2013 a causa della sospensione dell’accordo di associazione tra Ucraina e Unione europea. La situazione esplose velocemente, fino ad arrivare alla Rivoluzione del febbraio 2014. Ai tempi, la Russia si rifiutò di riconoscere il governo ucraino ad interim che ne sorse, definendo la rivoluzione come un colpo di stato. Pochi giorni dopo, il 23 febbraio, ebbe inizio la cosiddetta “crisi della Crimea”: il governo locale della Crimea si rifiutò anch’esso di riconoscere il nuovo governo ucraino, nella città crimeana di Sebastopoli si tennero diverse manifestazioni filo-russe, iniziò l’occupazione russa della Crimea. Il 16 marzo di quello stesso anno, il governo crimeano dichiarò di volersi separarsi dall’Ucraina e la popolazione fu chiamata ad un referendum: la maggioranza del fronte indipendentista fu schiacciante (oltre il 95%) ma la legittimità di quel referendum non è mai stata riconosciuta dall’Unione europea, dagli Stati Uniti d’America e da altri 71 paesi membri dell’ONU. Il referendum infatti, tenutosi dopo l’intervento militare russo sul territorio della Crimea, è stato classificato come violazione del diritto internazionale e della Costituzione dell’Ucraina. A ritenerlo valido invece, come ci si può aspettare, c’è sempre stata la Federazione Russa. Poco dopo, il 6 aprile 2014, anche la regione del Donbass (affacciata sul Mar d’Azov) divenne oggetto di un’aggressione militare russa.

In seguito a questi eventi, l’Unione europea adottò delle sanzioni economiche nei confronti della Russia che sono state recentemente rinnovate per un altro anno (il rinnovo è avvenuto il 21 giungo 2021 fino al 23 giugno 2022). Le restrizioni riguardano le importazioni di prodotti originari della Crimea o di Sebastopoli, gli investimenti infrastrutturali o finanziari e la fornitura di servizi turistici in Crimea, oltre che a sanzioni economiche su settori specifici dell’economia russa e misure restrittive individuali. L’Ucraina invece, tra le ultime novità in campo internazionale per affrontare la crisi territoriale, ha dato vita alla Piattaforma Crimea, una iniziativa di consultazione e coordinamento il cui vertice inaugurale si è tenuto il 23 agosto scorso, con il favore e il sostegno dell’Unione europea.

«Saremo costretti a considerare la partecipazione alla Piattaforma Crimea da parte degli Stati, delle organizzazioni internazionali e dei loro rappresentanti come una pretesa sull’integrità territoriale della Russia, il che inevitabilmente segnerà le nostre relazioni» ha affermato il Ministero degli affari esteri della Russia dopo l’inaugurazione della Piattaforma. Risulta chiaro perciò che, nonostante i molti sforzi internazionali per mantenere la sicurezza nella regione del Mar Nero (e difendere al contempo la sovranità dell’Ucraina), questa zona geografica resterà nel teatro europeo come un nodo cruciale ancora da sciogliere.

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