di Salvo Licciardello

Il periodico risorgere del gruppo terroristico islamico di Boko Haram, nonostante la recente perdita dell’appoggio logistico e finanziario dell’Isis, è prova del costante e ciclico rifinanziamento dell’organizzazione criminale nigeriana.

Già dalle prime apparizioni di Boko Haram, tra il 1995 ed il 1998 a Maidiguri, capitale del distretto nord-orientale del Borno, in Nigeria, la coalizione salafita estremista ha sempre mostrato un’indiscussa forza economica, che ha reso necessaria un’attenta analisi dei canali di finanziamento della medesima compagine jihadista.

In primo luogo, è stato osservato come siano sempre stati rispettati i canoni tradizionali, in tema di criteri guida dei finanziamenti necessari per l’esistenza di un gruppo: legittimazione, sicurezza, affidabilità e controllo dei flussi finanziari. Tra l’altro, è stata operata la classica distinzione tra costi di mantenimento (divulgazione dell’ideologia, ricerca del consenso sociale) e costi operativi (armi, addestramento, informazioni d’intelligence).

Inoltre, i finanziamenti sono sempre stati sia di natura lecita che illecita. Tra i primi sono rientrati gli aiuti economici degli oppositori del governo legittimo nigeriano (vedi gli interventi finanziari operati da Ibrahim Shekaraue, governatore di Kanu e da Alhaji Isa Yuguda, governatore di Bauchi), nonché le altre fonti di finanziamento regolare, costituite dalle fondazioni islamiche (wafq), braccio economico di Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi). Ed ancora, le ingenti elargizioni provenienti da sedicenti organizzazioni caritatevoli, impegnate in ufficiali attività umanitarie, quali l’al-Muntada al-Ilsami Trust, con sede a Londra e la Saudi Arabia’s Islamic World Society.

Tra i proventi di natura illecita, per contro, non sono mancate le rapine, le prese di ostaggi, le estorsioni e perfino illegittime tassazioni imposte nei villaggi.

Per queste ultime forme di finanziamenti illegali, Boko Haram non ha tardato a ricorrere a trasferimenti fiduciari di complessa tracciabilità: l’hawala. Tale sistema, definibile come ‘schema bancario informale’, si sostanzia nell’interazione tra quattro diverse figure: l’ordinante, il beneficiario e due hawaladar (“operatori”). Questo antico, quanto attualissimo ed ingegnoso metodo di elusione di trasferimenti di danaro, consente di beneficiare di ingenti finanziamenti esteri, senza lasciare tracce cartacee o elettroniche. La scelta dei canali di finanziamento ed il conseguente utilizzo dei relativi flussi di danaro, segue una precisa logica, finalizzata ad implementare il supporto popolare.  Le donazioni volontarie di autorevoli simpatizzanti di ispirazione anti-governativa e gli interventi di organizzazioni umanitarie, accrescono, infatti, il sostegno da parte della popolazione. Lo strategico utilizzo dei flussi finanziari, poi, impiegati per fornire aiuti alla popolazione, a dispetto dell’accrescimento delle ricchezze personali dei singoli membri dell’organizzazione, allontana il sospetto di un sistema individualista e corrotto. È di tutta evidenza, quindi, come l’auspicato declassamento dell’organizzazione criminale a mera entità sovversiva a carattere locale, transiti necessariamente dall’azione del governo legittimo, orientata non soltanto sul fronte militare e sul piano socio-culturale, quanto sull’individuazione, proprio, di strategie di contrasto alla circolazione di ogni fonte finanziaria di qualsivoglia natura.

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