Il 29 febbraio a Doha è stato firmato, dall’inviato americano Zalmay Khalilzad e dal capo politico dei talebani, Abdul Ghani Baradar, l’accordo di pace che chiude la guerra più lunga combattuta dagli Stati Uniti in tutta la loro storia. 

La dichiarazione congiunta che accompagna la firma della pace prevede che gli Stati Uniti e i suoi alleati ritirino tutte le loro forze dal Paese asiatico entro i successivi 14 mesi. Anche se, come ha affermato il segretario alla Difesa Mark Esper, gli Stati Uniti si riservano di stracciare in qualunque momento l’accordo qualora i talebani non lo rispettassero. Parole, queste, che si aggiungono a quelle espresse dal segretario di Stato Mike Pompeo, che chiede agli avversari di rispettare la promessa di tagliare i legami con al Qaida. L’accordo di pace prevede inoltre l’instaurazione di un dialogo intra-afghano con il governo di Kabul e il rilascio di 5.000 prigionieri talebani (4.000 di questi sono già stati rilasciati). Da parte sua, il governo afgano si è impegnato, con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, alla rimozione dei rappresentanti talebani dalla lista nera delle sanzioni entro il 29 maggio.

L’accordo di Doha è considerato un gran successo dell’amministrazione Trump – suo cavallo di battaglia già durante la campagna elettorale del 2016 – anche se a ben vedere appare alquanto squilibrato, essendo il risultato di una intesa bilaterale Stati Uniti-Talebani, quasi a volersi dimenticare che nel conflitto è coinvolto anche il governo afghano, mai veramente consultato dagli Stati Uniti nei 18 mesi di negoziati sfociati nella firma in Qatar, e non riconosciuto giuridicamente dai talebani.

La conclusione di un simile accordo, in assenza di un processo di pace tra afghani e talebani rischierà con ogni probabilità di (ri)consegnare il Paese agli studenti coranici che ritengono, col ritiro dei 39 contingenti presenti, di essere i veri vincitori del conflitto; così come lo furono dei sovietici trentuno anni fa. E d’essere pronti a restaurare l’emirato islamico, facendo dell’Afghanistan, un’altra volta, il Paese santuario del terrorismo. 

La notizia dell’accordo di Doha non ha avuto in Italia l’eco che avrebbe meritato, forse per la concomitante emergenza Covid-19 o forse per il tradizionale disinteresse di gran parte dell’opinione pubblica e dei media sui temi riguardanti le operazioni militari all’estero in generale, e la missione in Afghanistan in particolare, entrata ormai nel suo diciannovesimo anno: nonostante l’egregio lavoro svolto dai nostri militari, dei 53 caduti in servizio, della morte della giornalista del Corriere della Sera, Maria Grazia Cutuli nel novembre 2001, delle centinaia di feriti e delle ingenti quantità di denaro spese in opere di riqualificazione ed assistenza. Dopotutto, anche la recente nomina del Rappresentante permanente italiano presso la Nato, Stefano Pontecorvo, quale Senior civilian representative dell’Alleanza Atlantica nel Paese asiatico non ha avuto la stessa attenzione e risonanza che una tale scelta porta al prestigio nazionale.

Le Forze Armate sono presenti tutt’oggi in Afghanistan con circa 800 militari, impegnati nella missione Resolute Support (RS), in vigore dal 1 gennaio 2015 quando ha sostituito la missione ISAF (International Security Assistance Force). La nuova missione è incentrata sull’addestramento, consulenza ed assistenza in favore delle Forze Armate afghane – le Afghan National Security Forces (ANSF) – e le Istituzioni afgane. 

​Il passaggio a Resolute Support, che si differenzia da ISAF in primo luogo per essere di tipo “no combat”, e sensibilmente più contenuta nei numeri, era stato deciso al summit di Chicago del 2012, che sanciva il 2014 come anno del completamento della fase di transition, ovvero il pieno passaggio della responsabilità della sicurezza dalle forze ISAF a quelle nazionali afghane.

Resolute Support ha come centro nevralgico la capitale Kabul, e 4 “derivazioni”: Mazar-e Sharif a nord; Herat ad ovest, Kandahar a sud e Laghman ad est. Il comando è a guida americs, mentre l’Italia esprime il vicecomandante, attualmente il generale Salvatore Camporeale. 

Il passaggio da ISAF ad RS non è solo un cambio di denominazione. È un punto di arrivo dopo 13 anni di sforzi, culminati nella creazione di uno stato di diritto, istituzioni credibili e trasparenti, e soprattutto delle Forze di Sicurezza autonome e ben equipaggiate, in grado di assumersi autonomamente il compito di garantire la sicurezza del Paese. 

Lunedì 29 giugno, in una audizione davanti alle Commissioni Difesa di Camera e Senato, il capo di Stato Maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli, ha annunciato il ritiro degli 800 soldati italiani entro la seconda metà dell’anno prossimo con queste parole: “L’operazione Resolute Support è entrata nella cosiddetta fase <<Alfa light>>, diminuendo la sua consistenza numerica ed avviando la progressiva chiusura dei comandi regionali”.

“Il contingente italiano sarà ridimensionato assieme a quello degli altri Paesi Nato per accompagnare il negoziato di pace intra-afghano. Lo stato attuale dell’accordo USA-Talebani del 29 febbraio fatto proprio dai ministri degli Esteri e della Difesa della Nato, prevede un ritiro completo dall’Afghanistan entro il maggio 2021”, secondo le parole dell’ambasciatore Stefano Pontecorvo.

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