Il cyber sabotaggio del gasdotto Tran Siberian Pipeline

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Siberia giugno 1982, gasdotto Tran Siberian Pipeline. Un satellite americano di sorveglianza durante una normale “perlustrazione” sulla regione nel nord del Russia rileva un devastante esplosione. Ma cosa è successo? Facciamo un passo indietro.

La Guerra Fredda

A cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80 gli Stati Uniti erano intenti a cercare in ogni modo di vincere la Guerra Fredda e, tra tutte le azioni messe in campo, lanciarono una serie di operazioni volte a sabotare la già fragile economica sovietica.

L’inefficienza della pianificazione, unita alle ingenti spese militari e all’arretratezza del sistema produttivo, avevano infatti portato l’economia sovietica in uno stato di stagnazione, che la sola esportazione di idrocarburi riusciva a mantenere in piedi, grazie alla valuta forte ottenuta in cambio delle materie prime.

L’esportazione di gas

Gli anni ’70 erano stati caratterizzati da crisi internazionali che avevano compromesso l’approvvigionamento energetico in Europa, perciò nel Continente cominciò a circolare l’idea di ragionare su fonti alternative. Nel giugno 1980, il cancelliere Helmut Schmidt andò a Mosca e tornò annunciando l’avvio dei lavori per il Tran Siberian Pipeline, un gasdotto lungo 4500 chilometri che avrebbe trasportato il gas dal giacimento di Urengoj nall’Alta Siberia fino all’Ucraina e poi in Europa. L’accordo fu vantaggioso per tutti, per gli europei perché avevano bisogno di approvvigionarsi di energia sicura e poco cara, e per i sovietici perché cercavano un mercato per il loro gas, delle tecnologie occidentali e moneta pregiata per fare fronte alla crisi finanziaria del sistema sovietico.

La reazione americana

Mentre l’Europa e l’Unione Sovietica festeggiavano l’accordo, la CIA inviò alla Casa Bianca, dove si era da poco insediato Regan, un memorandum segreto sul progetto “Siberian pipeline”, nel quale venivano riportate tutte le criticità dell’accordo, specie come il progetto potesse accrescere la forza militare sovietica grazie alle tecnologie “dual use” fornite dall’occidente. Il memorandum evidenziava inoltre che senza il gasdotto, e la valuta forte in contropartita, l’Unione Sovietica sarebbe entrata in una crisi economica importante.

Nei mesi successivi Reagan emise la direttiva segreta NSDD32 con la quale autorizzava misure diplomatiche, politiche e di qualsiasi altra natura per isolare l’Unione sovietica.

Dossier Farewell

Nel 1970 le autorità sovietiche istituirono una nuova sezione del KGB, chiamata Direttorato T, con il compito di spiare il settore ricerca e sviluppo occidentale, in cerca di tecnologie di cui l’Urss aveva necessità.

All’interno di questo sezione operava il Colonnello Vladimir Vetrov che successivamente tradì il suo paese per questioni ideologiche e passò all’Intelligence francese (Dst) tra il 1981 e il 1982 circa 4000 documenti segreti, tra cui tutte le tecnologie richieste da Mosca per ammodernare il sistema produttivo. Poi, nel 1981, durante un vertice economico in Canada, il presidente francese Francois Mitterrand, ansioso di far rientrare la Francia nella NATO, disse al presidente Regan che l’intelligence francese aveva ottenuto i servizi di un agente che chiamavano Farewell, che mostrava come i sovietici stessero intraprendendo uno sforzo su larga scala per rubare tecnologie occidentali.

L’operazione della CIA

Nella “lista della spesa” portata da Vetrov vi era anche il software SCADA necessario ad automatizzare i gasdotti, specie il Tran Siberian Pipeline in via di costruzione, che non era stato venduto dagli altri Paesi Europei a causa delle pressioni e sanzioni americane volte a bloccare il progetto.

Questo software fu poi scovato da un agente del Direttorato T in una società Canadese, che, grazie alle informazioni della spia, era stato precedentemente modificato dalla CIA. Sostanzialmente, come riportato dall’ex Segretario dell’Aeronautica degli Stati Uniti Thomas C. Reed nelle sue memorie, At the Abyss: An Insider’s History of the Cold War, i tecnici di Langley aveva inserito un Trojan nel sistema Scada che, dopo una fase di corretto funzionamento del gasdotto , avrebbe dato il comando ad una serie di valvole, turbine e pompe di aumentare la pressione nelle tubazioni oltre i livelli consentiti per i giunti e per le saldature provocandone la rottura.

L’esplosione

Successivamente, nel giugno del 1982, i satelliti americani in orbita nello spazio registrarono un potentissima esplosione in Siberia. La deflagrazione fu così forte che i primi rapporti del NORAD (Comando di difesa aerospaziale nordamericano) stimarono l’esplosione in 3 chilotoni. A Washington iniziarono a temere che i sovietici avessero lanciato un missile da un luogo in cui non si sapeva che i razzi fossero basati, o addirittura che avessero fatto detonare un piccolo ordigno nucleare. Subito dopo la CIA rassicurò tutti, dichiarando che non c’era nulla di cui preoccuparsi e soprattutto che non erano coinvolti ordigni nucleari. Fortunatamente poi non vi furono morti e feriti perché lo scoppio era avvenuto in una zona isolata.

Il successo dell’operazione

Quando i tecnici in Unione Sovietica scoprirono che l’esplosione era stato innescato da un software sabotato, la leadership del KGB era furiosa ma al tempo stesso incapace di presentare alcuna protesta ufficiale riguardo al sabotaggio perché ciò avrebbe rivelato le operazioni di spionaggio del Direttorato T.

Per la CIA l’operazione è stata un successo, il gasdotto era stato sabotato ed era stata in parte compromessa parte dell’economia, ma soprattutto in URSS tutta la tecnologia rubata fu messa in “quarantena” per paura di ulteriori manomissioni, che di fatto bloccò tutti i progressi tecnologici fatti fino a quel momento.

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