di Rinaldo Davide Libertini

L’attacco turco nel nord della Siria ha attirato sul presidente Erdogan il disprezzo dell’opinione pubblica internazionale, che generalmente guarda con simpatia ai curdi del Rojava, avendo questi combattuto in prima linea contro il sedicente Califfato. Inoltre, sembra che l’offensiva del “sultano” abbia permesso ai gruppi armati jihadisti di rialzare la testa, sollevando il morale dei terroristi e permettendogli di riorganizzarsi. Peraltro, i curdi hanno denunciato la presenza di mercenari in supporto delle forze armate turche, riferendosi ai gruppi jihadisti che in questi anni si sono opposti ad Assad e alle Syrian Democratic Forces (SDF) nei territori del nord.

Quindi, stando ai comunicati diramati dalle SDF, vi sarebbero mercenari al soldo di Ankara, responsabili di violenze indiscriminate a danno di civili e prigionieri nella regione del Rojava. Sappiamo che la Turchia, nella sua offensiva, si sta avvalendo di combattenti estranei alle proprie forze armate regolari, attingendo al bacino dei jihadisti della provincia ribelle di Idlib e ai miliziani dell’ex Esercito Siriano Libero, ponendoli sotto l’etichetta del National Sirian Army (NSA), costituito da Ankara prima dell’inizio dell’operazione “Fonte di pace”. Tra i gruppi che compongono il NSA vi è anche Ahrar al-Sharqiya, formazione che ha avuto origine dal fronte al-Nusra (al-Qaida) e probabilmente responsabile dell’assassinio dell’attivista per i diritti delle donne siriane Hevrin Khalaf. Le atrocità delle suddette milizie sono ampiamente documentate, ma rimane il dilemma sulla natura dei combattenti che le compongono: sono mercenari?

Gli appartenenti a tale categoria, ai sensi dell’art. 47 del I Protocollo del 1977, aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1949, sono combattenti non privilegiati, poiché in caso di cattura non godrebbero dello status di prigioniero di guerra e delle garanzie a questo conseguenti. La Convenzione di New York del 1989 proibisce l’impiego, l’addestramento e il finanziamento di mercenari, ma la Turchia non vi ha aderito e non sussiste un divieto generale di utilizzare detti combattenti. Affinché un soggetto possa definirsi mercenario devono essere soddisfatti tutti i seguenti requisiti: che sia reclutato per combattere in un conflitto armato; che prenda parte direttamente alle ostilità; che la partecipazione al conflitto sia motivata prevalentemente dalla prospettiva di un guadagno economico, e che lo Stato prometta o corrisponda un compenso nettamente superiore a quello del personale delle proprie forze armate avente rango e mansioni equivalenti; che non sia cittadino di uno degli Stati coinvolti nel conflitto, né risieda nel territorio da questi controllato; che non sia appartenente alle forze armate di una delle Parti; che non sia ufficialmente in missione quale membro delle forze armate di uno Stato estraneo al conflitto.

Pertanto, alla luce dei suddetti requisiti, i combattenti che militano nel NSA non sarebbero definibili come mercenari. Infatti, i jihadisti combattono per motivi politici e religiosi piuttosto che avere come movente principale l’arricchimento personale, ma in caso contrario dovrebbero percepire un compenso evidentemente maggiore dei soldati turchi loro pari. Inoltre, sarebbero comunque esclusi i soggetti di cittadinanza siriana e turca, ovvero residenti nella regione interessata dal conflitto. Ogni sospetto sarebbe allontanato se Ankara ponesse il NSA sotto il proprio comando, così che questo sia parte delle forze armate turche. Tuttavia, l’ipotesi pare alquanto remota, sia per ovvie ragioni politiche, sia perché la Turchia dovrebbe assicurarne la disciplina e il rispetto delle norme del diritto bellico, ai sensi dell’art. 43 del I Protocollo del 1977.

Ciò detto, non è possibile definire i miliziani filo-turchi come mercenari, termine che in questo caso pare utilizzato dai curdi in senso dispregiativo e per fini propagandistici.

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