di Sofia Barelli

Il mercato illegale è da sempre definito come lo scambio di un bene o servizio in violazione delle norme che regolano il mercato, ma nonostante le convezioni internazionali cerchino di armonizzare le leggi in materia di contrabbando esistono ancora notevoli differenze legislative.

Alla base del contrabbando c’è il concetto di arbitraggio: approfittando di una differenza di prezzo tra due o più mercati, il commercio illecito si procura un prodotto a basso prezzo per rivenderlo ad un prezzo maggiorato. Questo vale tanto per le sigarette, quanto per le vite umane.

Tra i fattori trainanti di contrabbando caratteristici della globalizzazione, figlia del nostro tempo, abbiamo una iper-mobilità delle merci, l’uso del cyberspazio, sempre maggiore interdipendenza tra l’economia e la crescente urbanizzazione e densificazione della popolazione.

Il crimine organizzato, adattandosi e sfruttando queste nuove condizioni ha ampliato le sue attività ed è entrato in nuovi mercati, ne ha incrementato i volumi e come sempre più spesso accade, ha saputo differenziare l’offerta dei traffici diversificando il rischio.

La specializzazione dei trafficanti diventa così quella di gestire nella rete un ampio portafoglio di prodotti e sevizi illeciti; trasformazione che ha reso molto più flessibile l’attività di traffico illegale che va a contrastare la natura dei governi, connotati da una maggiore rigidità.

Nonostante la delocalizzazione dell’economia, il contrabbando è un fenomeno che ha forti connotazioni territoriali.

La discendente vocazione commerciale del Mar Mediterraneo continua ad esplicitarsi anche nell’era della globalizzazione dei mercati, dello sviluppo dei trasporti aerei e del commercio on-line.

Il Mediterraneo non è oggi solo uno dei bacini più significativi per la strategia dell’Unione Europea di crescita affidata allo sviluppo dell’economia nei settori marino e marittimo, ma rappresenta al tempo stesso un’area in cui fioriscono le più varie tipologie di traffici illeciti.

Se immaginiamo l’universo della criminalità organizzata nell’area mediterranea, i porti degli Stati che vi si affacciano fanno da raccordo per tutte le attività illecite che hanno come fulcro l’Africa, un passaggio obbligato a metà strada tra l’occidente e l’oriente.

Tutto ciò fa sì che il nostro concetto di sicurezza delle frontiere sia in pericolo. Questa realtà dinamica permette di cogliere gli interessi legati al traffico di beni e di esseri umani grazie ad una connessione esistente tra mafie ed organizzazioni criminali africane.

In questa prospettiva consideriamo l’unione di interessi materiali e il fattore ideologico come un insieme che serve a produrre un effetto concreto: fare affari; questa è la chiave per comprendere le somiglianze tra il mondo delle mafie e quello dei terroristi.

È senza dubbio ipotizzabile che i traffici gestiti dalle organizzazioni terroristiche sfruttino le stesse rotte e, almeno in parte, le stesse reti delle mafie internazionali. La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo si è impegnata molto negli ultimi anni per allacciare rapporti di collaborazione investigativa e di assistenza giudiziaria con i Paesi maggiormente interessati come canali di transito dei traffici illeciti, sottoscrivendo Protocolli di intesa con Libia ed Egitto.

Negli ultimi anni l’attenzione sulle organizzazioni criminali si è concentrata soprattutto sul jihadismo, macrofenomeno del fondamentalismo islamico amplificato grazie ai mezzi della globalizzazione, sottovalutando così la criminalità organizzata in Africa.

I bassi riflettori sono stati la fortuna dei gruppi criminali che hanno consentito di crescere e rafforzarsi, fino a diventare un fenomeno territoriale ascendente, molto più vasto del terrorismo e in grado di muovere maggiori capitali nonché di accedere a molti più mercati illeciti.

L’organizzazione criminale finisce così ad operare come una sorta di piattaforma, che veicola oggetti diversi realizzando economie importanti in termini di risorse, energie e rischi.

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