I dolori di Eastmed che non vengono da Erdogan e la forza contrattuale di Roma da (finalmente) utilizzare.

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di Giovanni Greco

Si farà la pipeline Eastmed? Ci sono dubbi crescenti, segnalati da eventi che l’analisi italiana ignora ma che sono fondamentali nell’economia di un progetto la cui fattibilità è ancora da comprendere.

Molti sono i fattori che acuiscono l’incertezza e, sorprendentemente, non tutti sono legati ad Ankara. Certo la strategia turca, appoggiata da Mosca, di impedire lo sfruttamento delle importanti ma non “game changing” riserve energetiche di Eastmed, sta avendo i propri frutti. L’incertezza che le azioni di Ankara, molto più complesse di quanto sembri ad una prima analisi, stanno creando una serie di ritardi sui piani di esplorazione e sviluppo dei giacimenti ciprioti, creando ritardi che contribuiscono a rendere sempre meno probabile la realizzazione della pipeline. Per questioni meramente tecniche, è quasi impossibile che tale pipeline possa diventare operativa prima del 2028. Questa però è solo la superficie del problema. Innanzitutto la strategia di Ankara non si limita solo alle riserve energetiche ma si amplia a tutta una serie di infrastrutture comunque necessarie al funzionamento della pipeline. Di due giorni fa il caso di una Navtex turca, nella ZEE cipriota, che tende ad impedire la posa di cavi e la conduzione di attività geologiche. In questo modo Ankara, in ossequio alla propria strategia, della quale l’accordo con la Libia sulle rispettive ZEE, fa sapere a tutti gli operatori, che quelle aree sono davvero da ritenersi off limits. Si accrescono i rischi legati all’instabilità ed incertezza e, come ha ben chiarito l’Amministratore Delegato di ENI, nessuna azienda potrà investire in contesti di incertezza politica e legale.

Nel frattempo ENI e Total annunciano nuove campagne di perforazione al Block 6 (località Calypso), dove già i due colossi avevano fatto ricerche nel 2018, arrivando a scoprire un potenziale giacimento di circa 230 Bcm. Questo però non deve trarre in inganno, Calypso non rientra fra le aree reclamate da Erdogan, e da sola non giustificherebbe certo il colossale investimento richiesto per la pipeline e le infrastrutture upstream necessarie. Eni e Total potrebbero sfruttare altrimenti quel giacimento, come già si sta facendo Noble Energy, con una mini pipeline che porti il gas dell’altro giacimento cipriota (Aphroditi) a Cipro. O come ENI che sta collegando Zohr agli impianti di liquefazione (LNG) egiziani. In ogni caso tutte strategie non consone con la realizzazione della pipeline.

Ad acuire l’incertezza sono arrivate le parole dell’inviato speciale USA in Siria James Jeffrey, secondo il quale gli USA condividono obiettivi goestrategici con la Turchia in Siria ed in Libia. Proprio aver citato la Libia, apre scenari inquietanti per Grecia e Cipro. Come si pone Washington rispetto all’accordo fra Libia e Turchia? Non che tale posizione fosse inaspettata, però adesso assume un rilievo “ufficiale”. Il problema che nasce da questa dichiarazione è di fondamentale importanza per definire il futuro di Eastmed: qual è la posizione USA ufficiale sull’accordo Libia/Turchia sulla ZEE? La riconoscono de facto nonostante alcune dichiarazioni contrarie? Questo cosa significa per l’applicazione della UNCLOS nel Mediterraneo? UE sola contro tutti? A settembre le coordinate e le mappe delle ZEE libica e turca potrebbero essere pubblicate dall’ONU, cosa che complicherebbe ulteriormente la situazione. Se Washington non si opponesse, saremmo di fronte ad una pietra tombale per Eastmed (pipeline). La pipeline infatti non potrebbe essere realizzata senza l’accordo di Ankara, passando da quella che diventerebbe la nuova ZEE turca.

Davanti ai crescenti timori ed incertezze vediamo allora che proprio i tre attori maggiori della pipeline Eastmed, ovvero Grecia, Cipro e Israele, nonostante la teatrale firma dell’accordo di Atene del 2 gennaio 2020, iniziano a muoversi in maniera “sospetta”.

Israele, come al solito assai pragmatica, in silenzio ci fa capire quanto sia grande il rischio di non vedere la pipeline. Arriva infatti da Gerusalemme una notizia importante: la JV che gestisce il maggior giacimento offshore del paese (Leviathan) sta cercando soci per la costruzione di una FLNG, ovvero di un impianto galleggiante di liquefazione del gas naturale. Per quanto una FLNG sia meno costosa (e pure meno capace in termini quantitativi) di un impianto onshore, si tratta pur sempre di un progetto da un miliardo di dollari di costo previsto. Considerando che le riserve offshore di gas di Israele sono pari a 1,1 Tcm, e che la politica energetica nazionale prevede che il 60% di tali riserve non possa essere esportato, nascono diverse domande. Poiché della parte esportabile di gas (250 Bcm) di Leviathan, una quota è già assegnata all’Egitto ed alla Giordania (35 Bcm per i prossimi 10 anni), è lecito chiedersi se il rimanente sia sufficiente a garantire disponibilità tanto per garantire la fattibilità economica del progetto FLNG quanto per la pipeline.  Un altro messaggio è arrivato da Gerusalemme ed è maggiormente politico: il governo israeliano fa sapere di non ritenere la questione delle ZEE un casus belli. La sensazione è che Israele si stia muovendo in senso alternativo alla costruzione di Eastmed (pipeline), prevedendo instabilità di lungo periodo a causa delle incertezze legate alla questione delle ZEE (Grecia, Turchia, Cipro, Libia).

La stessa sensazione arriva da Atene e Nicosia che hanno recentemente fatto una scelta sorprendente, dopo essersi fatte promotrici sia della pipeline, sia del Forum del Gas del Mediterraneo Orientale (EMGF cui ha aderito anche l’Italia). Invece di lavorare sullo sviluppo della cooperazione multinazionale che EMGF richiede, usando sia la pipeline che il forum come nuclei di una politica inclusiva dei paesi coinvolti (Grecia, Israele, Cipro, Italia, Francia, Egitto, Giordania, Palestina), Grecia e Cipro hanno optato per un rapporto strettissimo con la sola Parigi. Di fatto demolendo il concetto di multilateralità di EMGF ed escludendo gli altri soci dallo stabilire rapporti altrettanto privilegiati. Parigi a sua volta, a parole promotrice di iniziative europee, sfrutta la situazione a proprio vantaggio, per imporre la propria presenza a scapito dell’Italia in primo luogo. Qui però vi è anche la debolezza ed assurdità di tale strategia, destinata al fallimento per Grecia e Cipro e mirata invece a portare lucrosi contratti all’industria francese in tutta la regione. La Francia è di fatto assai poco interessata ai giacimenti di gas di Eastmed, per diversi motivi. Primo perché non è gas che la stessa importerà o del quale abbia necessità. Secondo perché anche sviluppando i progetti di Total a Cipro ed in Grecia, si tratta pur sempre di frazioni sull’attività globale di Total, ed anche in contrasto agli investimenti che la stessa sta facendo nello LNG russo. Terzo, non solo Total, ma tutta l’industria francese ha un fortissimo coinvolgimento in Turchia, tale da essere un multiplo degli eventuali profitti che deriverebbero dal futuro sfruttamento dei giacimenti ciprioti e greci.

Veniamo a questo punto al capitolo finale di questo articolo, ovvero l’Italia. Il Mediterraneo ed i Balcani sono per Roma fondamentali per vari motivi: rotte di import ed export che passano da Suez, commercio con i paesi della regione, infrastrutture, traffico da e per i nostri porti già sofferenti. Se l’instabilità dovesse portare ad una diminuzione del traffico mercantile sia sulle rotte brevi mediterranee (del quale l’Italia controlla ben il 38% del totale), sia su quelle a lungo raggio (Medio Oriente ed Asia) il nostro sistema portuale e marittimo ne riceverebbe un danno difficilmente sostenibile. Aggiungiamo gli enormi investimenti strategici che il Sistema Italia ha in tutta la regione, il rischio degli approvvigionamenti energetici (LNG) dal Qatar e dalla Libia, e possiamo comprendere come per Roma, sia interesse capitale difendere la stabilità regionale. La pipeline Eastmed ed i giacimenti ciprioti di ENI sono importanti ma non strategici per Roma, sia per le piccole quantità in gioco (solo 8 Bcm/anno), sia per il costo previsto di tale gas (di dubbia convenienza, a carico di famiglie ed industrie italiane), semmai la pipeline venisse realizzata, sia perché, come nel caso di Total, parliamo di frazioni delle attività globali di ENI e dell’industria italiana in Turchia. A questo aggiungiamo i tempi (2028 ed oltre) ed il fatto che i consumi totali di gas da qui al 2030 (ed ancor di più al 2040) scenderanno in maniera considerevole. Ne deriva che la pipeline in quanto tale per noi non ha senso economico, tecnico, approvvigionamento. Lo avrebbe se fosse la base sulla quale costruire in meccanismo multinazionale a protezione del Mediterraneo Orientale e dei Balcani sul modello dello EMGF. Uno scenario però che proprio i nostri partners, più di Ankara, stanno distruggendo.

Roma dovrebbe a questo punto ricordare a Grecia e Cipro una cosa fondamentale: senza la pipeline i loro giacimenti saranno utilizzati solo in piccola parte. Pipeline alternative non sono possibili, nuovi impianti di liquefazione di grandi dimensioni nemmeno. Insomma o Italia o niente. E senza investimenti di Total, anche gli accordi difensivi con Parigi, già oggi di assai dubbia applicazione, perderebbero qualsiasi validità e senso. In più quando Erdogan ci chiamò allo sfruttamento congiunto del gas libico, il messaggio era legato ai due super giacimenti di Reef 1 e Reef 2, situati nella ZEE libica, a Sud Ovest di Creta, e da soli con maggiori riserve di tutto Eastmed insieme. Interessante notare che si potrebbe fare una pipeline al 100% legale, restando nelle ZEE definite secondo le regole UNCLOS, fuori dalla aree contestate, più corta ed in mari meno profondi, quindi molto meno costosa e della stessa capacità di Eastmed (se non maggiore), e con un ruolo fondamentale di ENI, Saipem, Edison, Snam, in cooperazione con NOC (Libia), TPAO (Turchia), Exxon (USA) e perché no proprio Total (Francia) che si troverebbe servito un business assai migliorativo, sicuro e semplice. Insomma un gas più economico, più sicuro, più strategico. Roma ha detto no a quell’offerta, sia per rispetto della legalità internazionale, sia per il rispetto dei vincoli UE. Se però i nostri partners escludono Roma a favore di Parigi, aspettandosi però da Roma che investa e compri il loro gas, allora qualcosa non va.
Per una volta l’Italia saprà e vorrà utilizzare il proprio potere contrattuale per promuovere i propri interessi? O si farà ancora una volta Cenerentola?

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