di Gabriele Costa

Il cambiamento climatico negli ultimi anni ha posto in essere nuovi scenari nel campo dell’energia, in particolare nell’Artico, situato a nord del pianeta, su cui affacciano tre continenti: America, Asia ed Europa.

I tre principali attori mondiali (Stati Uniti, Russia e Cina) hanno visto numerose possibilità all’interno dell’area, ad esempio l’approvvigionamento di combustibili fossili, oppure la creazione di nuove rotte commerciali.


I dati in termini di energia e la Zona artica russa


Per mostrare qualche dato in riferimento alla portata economica dell’area, si pensi all’Estremo Nord russo che vale il 20% del PIL e il 22% delle esportazioni del Paese, grazie al possedimento del 14% delle riserve nazionali di petrolio e il 40% di quelle di gas[1], con Mosca intenzionata sicuramente a non privarsene, difendendolo eventualmente da aspiranti attori.

Nel 2017 viene inaugurata la prima nave rompighiaccio al mondo per il trasporto di gas naturale liquefatto, la Christophe de Margerie, che servirà il progetto del consorzio russo (Novatek) – francese (Total) – cinese (Cnpc e Silk Road), Yamal Lng, l’impianto per la liquefazione di gas più a nord del pianeta, con una capacità complessiva di 16.5 milioni di tonnellate l’anno[2], lanciando contemporaneamente la sfida agli Stati Uniti sul primato dell’esportazione di gnl.

Il Cremlino ha un’idea ben precisa di Artico russo, basti pensare che nei documenti ufficiali viene menzionata la Zona artica della Federazione Russa, importante per definire i programmi federali di sviluppo sociale ed economico rapportati a regioni e distretti municipali.

In questa zona è presente l’1,6% della popolazione, la produzione del 20% del PIL russo, del 95% del gas e il 70% del petrolio; inoltre, sono stati scoperti duecento giacimenti petroliferi e di gas, oltre 20 nel Mare di Barents e di Kara, attendendo però, per il loro sfruttamento, un aumento dei prezzi delle fonti energetiche[3].

La Russia si è imposta come obiettivo di raggiungere entro il 2050 il 30% della produzione di idrocarburi del Paese derivanti dall’Artico, nell’ambito di un accrescimento della quota russa nel mercato mondiale del gas dal 4% odierno al 20% entro il 2035, con un profitto prospettato di oltre 30 miliardi di dollari[4].


Gli interessi cinesi nell’Artico


Nel contesto artico, una menzione di rilievo la merita la Groenlandia. A Kvanefjeld, sud del Paese, si trovano depositi di terre rare (circa il 10% del patrimonio mondiale) ed uranio, mentre offshore vi sono giacimenti di gas e petrolio, tanto da inviare propri emissari nelle maggiori capitali estere in cerca di investimenti per arricchire le entrate, tra cui la Cina (negli ultimi anni i permessi di esplorazione mineraria ad aziende cinesi sono stati oltre cinquanta).

La Repubblica Popolare Cinese ha necessità di ricorrere a vari approvvigionamenti di energia per mantenere costante la sua crescita economica, infatti si è proposta di costruire una serie di infrastrutture lungo la Groenlandia al fine di continuare la sua ricerca nell’area[5].


L’Alaska e la visione di Washington


Gli USA sono interessati alla zona soprattutto in riferimento all’Alaska. Nel 1968 a Prudhoe Bay, nel mare di Beaufort, è stato scoperto il più grande giacimento petrolifero di tutto il Nordamerica, il quale, nel 2018, ha erogato il 7% del greggio consumato nel resto del Paese per la creazione di energia e provveduto al 90% del denaro messo a disposizione per il fondo statale di investimento, Alaska Permanent Fund[6].

Se Washington finora si era in parte disinteressata alla zona, nell’ultimo anno c’è stato un mutamento di visione, testimoniato dalle dichiarazioni del Segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, che ha promesso maggior interesse nell’area da parte del governo di Washington e accusando di troppa aggressività Mosca e Pechino[7].

Sicuramente in futuro la zona sarà soggetta ad una grande corsa da parte delle maggiori potenze. Stati Uniti, Russia e Cina vogliono farsi trovare pronti, consapevoli che nello scenario appena descritto si gioca una partita importante.


[1] Editoriale, Miraggi polari, in “Limes. La febbre dell’Artico”, 01 (2019), p.10

[2] https://www.agi.it/economia/energia/energia_putin_apre_a_sabetta_la_rotta_artica_del_gnl_russo-1633572/news/2017-03-30/

[3] A. Sergunin, Le anime artiche della Russia, in “Limes. La febbre dell’Artico”, 01 (2019), p.124

[4] M. De Bonis, Il futuro della Russia si decide nell’alto nord, in “Limes. La febbre dell’Artico”, 01 (2019), p.136

[5] D. Fabbri, Groenlandia o della finzione artica, in “Limes. La febbre dell’Artico”, 01 (2019), p.55

[6] D. Fabbri, Alaska, il non artico americano, in “Limes. La febbre dell’Artico”, 01 (2019), p.146

[7] https://www.repubblica.it/ambiente/2019/05/07/news/niente_dichiarazione_finale_al_consiglio_artico_gli_stati_uniti_bloccano_ogni_riferimento_al_cambiamento_climatico-225704459/

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