Elezioni USA 2020: dall’autarchia politica a un nuovo interventismo

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L’elezione alla Presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump avvenuta nel 2016 ebbe un effetto dirompente, non solo perché largamente imprevista da commentatori e sondaggisti, ma perché, soprattutto, sembrava contraddire pericolosamente uno degli assunti della scienza politica: ossia che, in un sistema maggioritario (e quello americano è forse il più brutalmente maggioritario del mondo) gli elettori tendono a convergere verso il centro e ad eleggere candidati sostanzialmente di compromesso, ben sapendo l’elettore che un candidato troppo “connotato” non può sperare di raccogliere l’amplissima maggioranza necessaria all’elezione, mentre un candidato moderato, nella sua inclinazione verso l’una o l’altra parte dello “swing” politico, può farcela.

Molti ripassarono la lezione di Alexis de Toqueville, secondo il quale la democrazia in America funzionava grazie ad una sostanziale compattezza sociale e l’esistenza di una vasta classe media, già esistente o facilmente accessibile (notoriamente, il sogno americano) ricavando però da questo “ripasso” una ulteriore inquietudine: forse il sogno americano, l’ascensore sociale per tutti e la diffusione del benessere stavano diventando una chimera?    

Sicuramente questa era una minaccia sentita anche a livello popolare, con l’impoverimento di massa in quella fascia industriale che era ormai chiamata “rusty bell” (cintura della ruggine) e che aveva portato all’elezione di un presidente che, di fronte all’aggressiva concorrenza di nuovi (e potenti) attori, reagiva riproponendo forme di isolazionismo.

Con l’elezione di Biden, avvenuta nei giorni scorsi, il sistema sembra tornato alla “normalità”, dopo l’avvenuta delusione del popolo nei confronti del presidente isolazionista, sovranista, e chi più ne ha più ne metta. Tutto bene, dunque? Niente affatto, se andiamo a vedere come e perché è intervenuta questa disillusione e qual è di converso la piattaforma elettorale di Biden sui medesimi punti. 


Il gradimento del presidente Trump si è mantenuto alto o comunque sufficientemente elevato per gran parte delle sua presidenza, benché dobbiamo anche considerare che si era in assenza di un candidato alternativo: aspetto questo che risulta fondamentale ai fini della valutabilità reale di dato gradimento, considerata la già citata brutalità del sistema maggioritario americano e la conseguente personalizzazione estrema della politica. Tuttavia, esso declina rapidamente a partire dall’inizio dell’anno.

Il 2020 si presenta subito come un anno denso di eventi sulla scena internazionale. A cominciare in primavera dalla crisi petrolifera: un duro confronto tra la Russia Putiniana e l’Arabia Saudita in materia di petrolio degenera in una guerra commerciale aperta. Ciò, come accuratamente riportato dal magazine Foreign Policy nel maggio 2020, ha determinato l’incredibile fenomeno del prezzo del petrolio che precipita a zero e anzi ad un certo punto diviene negativo, in quanto la gran parte dei contratti petroliferi  sono futures e quindi diviene impossibile stoccare la materia prima già opzionata con detti contratti, il risultato è il collasso del sistema, soprattutto quello americano, che prevede la centralizzazione di detta funzione, con l’ulteriore complicazione che ai produttori americani è fatto divieto, per legge, vendere le loro scorte all’estero e dopo aver fatto imponenti investimenti in tecnologie (alcune delle quali anche discusse e discutibili, come il fracking) affinché gli Stati uniti raggiungessero l’autarchia energetica. Le grandi compagnie petrolifere iniziano ad andare in insolvenza, il governo interviene pesantemente sul mercato dei futures e fa ulteriori goffe mosse come ritirare gli aiuti per le aziende della green economy e ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul clima, senza riuscire a risolvere la situazione, ulteriormente aggravata dall’inizio della pandemia che determinerà un ulteriore crollo della domanda mondiale: non solo di petrolio ma anche in genere di beni e servizi.  

Non solo, ma la pandemia determinando tale abbassamento della domanda mondiale comporterà anche la drastica riduzione della circolazione della moneta mondiale per eccellenza, il dollaro, con la conseguenza che l’inflazione americana viene scaricata all’estero in misura ridotta.

Neanche il disperato tentativo di sostituire la domanda internazionale con quella interna, rifiutando disperatamente i lockdown e distribuendo aiuti in maniera immediata e massiva, sortiranno gli effetti desiderati. Si comincerà  a vedere un parziale ritorno alla normalità , o qualcosa che gli somigli dal punto di vista economico soltanto in estate, quando tra sauditi e russi si allenta la tensione, quando i lockdown internazionali si allentano e c’è una qualche ripresa della domanda: e intanto altri pericoli incombono, come la nuova moneta cinese, completamente digitalizzata e facilissima da usare che minaccia apertamente il predominio del dollaro, e il ritorno di fiamma della pandemia, specialmente in Europa.

Da ciò si può dedurre che l’elettore americano, malgrado non abbia completamente voltato le spalle agli input trumpiani, è comunque entrato nell’ordine di idee che non sia possibile tutelare gli interessi americani perseguendo forme di isolazionismo in cui la politica estera sia ridotta a trattative commerciali o a tavoli diplomatici nei punti di crisi, ma serva una sorta di nuovo interventismo.

Come declinare tuttavia questo nuovo corso? Il programma elettorale di Biden sembra accortamente studiato proprio sui punti che abbiamo citato. 

Lo spirito con cui è stato predisposto tale programma, si legge nel documento, è quello di “rimettere gli Stati Uniti a capotavola” nelle varie questioni internazionali. Tuttavia si fanno solo riferimenti generici ai rapporti con i paesi democratici, principalmente europei, con cui si vuole riorganizzare la collaborazione, anche sotto il profilo militare con un ampio rilancio della NATO – circa la quale si ignora, o si finge di ignorare, che essa sta versando in una crisi profonda di identità – alla luce delle criticità emerse dalla conflittualità di due dei suoi membri, ossia Grecia e Turchia, che si trovano sull’orlo della guerra. Biden dovrà ridefinire e individuare, insieme agli alleati, quali potranno essere le minacce con le quali l’Alleanza dovrà confrontarsi. Un rilancio della NATO che, guardando alla Russia in primis e alla Cina, sarà orientato al contenimento dei “regimi assolutistici o autocratici”.

La temuta Cina viene riguardata sotto il profilo dei pericoli per la riservatezza dei dati ed il controllo informatico, riesce difficile non pensare alla loro nuova valuta elettronica ed alla pervasività dei loro servizi di commercio elettronico che sono controllati indirettamente dallo Stato e centralmente da un’unica azienda, Meituan, di gran lunga più potente della celebrata Amazon. 

Allo stesso modo laddove si parla di incrementare la green economy non si può non pensare al recente shock petrolifero, come anche l’apertura all’immigrazione, ai paesi del centroamerica, evidentemente ritenuti più rapidamente integrabili, a sostegno di quella domanda interna che sembra destinata a stagnare. 

Insomma un programma assolutamente ed astutamente fasato sugli impatti peggiori subiti dall’elettore americano, a causa delle situazioni internazionali o importate dall’estero: ma che tace o liquida con brevi frasi generiche e sbrigative le situazioni che invece soro realmente pericolose per l’economia e la stabilità dei rapporti internazionali.

Nulla si prevede di concreto circa l’area del mediterraneo (se non un ritorno allo status quo dell’era Obama) che – non dimentichiamo – registra più di un focolaio di crisi: la querelle greco turca, la situazione libica, la questione palestinese. 

La difficile situazione nell’Europa dell’est, per la quale ci si limita a diffidare la Russia (nuova vera ossessione dei democratici statunitensi, da quando Putin venne sospettato di essere intervenuto attraverso cyber attacchi per sostenere Trump) dall’annettere la Crimea: mentre, invece, esiste una situazione molto delicata e pericolosa in tutto il Caucaso e in Bielorussia.

Altra situazione pericolosa è la sostanziale dipendenza degli Stati Uniti dalla Cina, in termini di materiali indispensabili, come le cd. “terre rare” necessarie a molte produzioni di alta tecnologia e prodotte pressoché solo in Cina, nonché la commistione profonda tra le maggiori aziende quotate al NASDAQ e il sistema cinese: una commistione che ormai va ben oltre il classico schema della delocalizzazione ma  investe alleanze strategiche e assetti proprietari: cosa che già a Trump  ha reso la vita molto complicata nei suoi tentativi di trattativa con il regime, dove ogni presa diposizione del Presidente determinava immancabilmente una caduta o una impennata dell’indice di borsa.

Si potrebbe continuare, ad esempio, a ragionare su quella che potrebbe essere la posizione degli Stati Uniti nei confronti dell’Africa, attualmente principale “terreno di caccia” dei cinesi ed in cui, mentre ci si preoccupa del  5G, si tralascia il problema di potersi ritrovare, nel giro di venti o trent’anni, un continente africano sotto l’influenza cinese? 

La sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un programma meramente elettorale, studiato per far fronte alle problematiche che Trump si è trovato ad affrontare, ma che manca di logica unitaria, ed in cui l’unico parametro che il nuovo presidente si troverà ad utilizzare per fronteggiare le crisi che man mano si verificheranno, immancabilmente, sarà quello di un generico afflato per il sostegno alla democrazia e del progresso, sul modello di quanto accaduto già con la presidenza Obama, e l’instabilità, soprattutto in materia di politica estera, che ne è conseguita.  

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