di Rinaldo Davide Libertini

Lo scorso 11 agosto papa Francesco, alla vigilia del settantesimo anniversario delle Convenzioni di Ginevra, ha rivolto un appello agli stati affinché sia garantito il rispetto delle norme del diritto internazionale umanitario (DIU), poste a tutela dell’incolumità e della dignità delle vittime di guerra. Il Santo Padre ha già dimostrato di avere a cuore questo tema, soprattutto in occasione del discorso rivolto ai partecipanti alla conferenza sul DIU il 28 ottobre 2017, evidenziando in particolare la necessità di arricchire la disciplina inerente i conflitti non internazionali, considerate le caratteristiche degli odierni scenari. Tuttavia, alcuni dei principali media nazionali hanno frainteso l’esortazione del Pontefice, presentandola al pubblico, con inescusabile negligenza, come fosse un appello al soccorso e all’accoglienza dei migranti.

Pare quindi opportuno fare chiarezza su cosa sia il DIU e che rapporto abbia con le norme generali a tutela dei diritti umani.

Sotto la definizione di diritto internazionale umanitario si annoverano tutte le norme di diritto positivo e consuetudinario che, in caso di conflitto armato, disciplinano la condotta posta in essere dai belligeranti nell’ambito delle operazioni militari. Pertanto, si tratta esclusivamente di quel particolare settore del diritto che viene definito ius in bello, che ignora gli aspetti in merito alla legittimità del ricorso all’uso della forza (ius ad bellum). Il DIU ha avuto il suo sviluppo storico attraverso due vie principali: la prima consiste nella tutela dei soggetti non combattenti (feriti, malati, prigionieri, personale sanitario e religioso, naufraghi, giornalisti, popolazione civile) nel corso dei conflitti armati; la seconda nella limitazione dei mezzi impiegabili, nonché nell’elaborazione di regole di condotta, positive e negative, alle quali i belligeranti devono attenersi.

Il DIU ha natura di lex specialis nei confronti del diritto internazionale a tutela dei diritti dell’uomo (lex generalis), nel senso che tra i due settori vi è un rapporto di specialità, da intendersi come una sorta di complementarietà, in modo che, in tempo di guerra, le norme generali sono interpretate alla luce dello ius in bello.

Pertanto, il presupposto dell’applicazione del diritto bellico è la sussistenza di un vero conflitto, inteso come l’uso organizzato delle armi, caratterizzato da un certo livello d’intensità e protratto nel tempo. Tali norme trovano applicazione tanto nei conflitti armati internazionali, ossia le guerre tra Stati o di liberazione dall’occupazione straniera, quanto in quelli interni, nei quali si contrappongono le forze armate regolari e gruppi militarmente organizzati, ai sensi dell’art. 1 del II Protocollo aggiuntivo alle convenzioni di Ginevra del 1977. Tuttavia, tra conflitti internazionali e interni permangono significative differenze, nonostante la costante evoluzione delle norme consuetudinarie abbia determinato una parziale armonizzazione. Infatti, attualmente si è ben lontani dal riconoscimento della qualità di legittimo combattente nei casi di conflitto non internazionale, con la conseguente impossibilità di riconoscere lo status di prigioniero di guerra. Questo perché gli stati hanno l’interesse a non legittimare i gruppi di dissidenti militarmente organizzati. In ogni caso, restano ferme le fondamentali regole di condotta da osservarsi nelle operazioni militari, specialmente le disposizioni ai sensi dell’art. 3 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e del II Protocollo aggiuntivo del 1977.

L’attenzione mostrata dalla Santa Sede per la disciplina dei conflitti armati interni è facilmente comprensibile: le sistematiche violazioni del DIU commesse negli ultimi anni dalle milizie jihadiste (e non solo) hanno inferto ai popoli ferite profonde ed è necessario che la ragione ponga dei limiti alla violenza bellica. Occorre che i responsabili delle atrocità siano puniti, nel rispetto dei diritti inviolabili che tanto hanno calpestato.

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