L’ambizione dell’ Isis di costruire uno stato funzionale richiedeva la partecipazione attiva e volontaria delle donne, e si è reso presto conto della necessità di investire risorse per raggiungere questa componente femminile.
Le combattenti con il velo svolgono compiti tutt’altro che subordinati, come invece, spesso si pensa.

Quale custode del focolare la donna acquisisce nell’organizzazione terroristica la funzione di educatrice, ovvero il primo contatto che i bambini hanno con l’ideologia jihadista. Tale ruolo è stato esteso ed “ufficializzato”, specialmente da Daesh e dal suo califfato, attraverso la creazione di scuole, in cui erano le donne ad avere il compito di insegnare la visione dell’organizzazione sul Corano e sulla vita di Maometto alle giovani reclute.
L’ideologia dietro il ruolo strategico di educatrice e reclutatrice che la donna ricopre nella moderna dimensione globale del terrorismo islamico è il gradino che precede il ruolo di combattente attiva nella jihad.

Le donne sono anche molto più influenti nel produrre e diffondere la propaganda, sia perché la loro presenza empatizza il messaggio che le organizzazioni terroristiche vogliono mandare, sia perché viene reso l’omicidio più orribile e più innaturale proprio perché commesso da una mano femminile.

Colei che da la vita diviene quella che la toglie ed addirittura coinvolge la propria prole a partecipare attivamente alla guerra.

Combattono, reclutano, fanno propaganda e gestiscono i fondi del movimento.
Le donne dello Stato Islamico ricoprono ruoli di rilievo e responsabilità, pari a quelli di chiunque sposi la causa del jihad.
È riduttivo quindi pensare che le donne si uniscono ai gruppi jihadisti soltanto perché sono “mogli”, connotazione che non include la forte impronta ideologica che le ha spinte a partire.

Alcuni sostengono che le donne del mondo islamico sono alla ricerca di modelli identitari ormai persi nel tempo.
Rigettano il modello materno e svuotano di valore l’autorità simbolica della figura paterna, cercano e trovano nel «mondo possibile» dell’Isis altri modelli forti e ben definiti in cui identificarsi.

L’Isis offre loro: una «femminilità con kalashnikov» (madre-donna), la sharia (padre-Legge/ autorità), il «vero uomo» (marito-amore) e una comunità di simili (fratelli e sorelle – senso di appartenenza/solidarietà). Lo Stato Islamico si presenta come una famiglia pronta ad accogliere a braccia aperte le sue combattenti per il jihad.

Altri, invece, sostengono che quasi mai la partecipazione femminile alla violenza politica ha conciso con una rivendicazione che abbia come obiettivo ultimo la parità di genere, ma il mio pensiero si allontana da ciò.

Profittando dell’incertezza e della liquidità delle relazioni nel mondo attuale cercano silenziosamente di trovare il loro posto nel mondo islamico, ed iniziando a mettersi al paro degli uomini e non più loro subordinate, stanno cercando la loro strada per sconvolgere una volta per tutte una tradizione secolare dove l’uomo ha sempre imposto le sue volontà non lasciando libero arbitrio alla sua controparte femminile.

Le donne agiscono spesso con azioni non comprese fino in fondo dagli uomini, neanche dai propri figli maschi.
Sono una bomba pronta ad esplodere.

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