La “dematerializzazione” e la fine del Califfato di al-Baghdadi

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di Rinaldo Davide Libertini

Il capo dell’organizzazione terroristica nota come Stato Islamico (IS), Abu Bakr al-Baghdadi, è morto lo scorso 26 ottobre a Barisha, nel territorio del Governatorato siriano di Idlib, durante un’operazione delle forze speciali statunitensi. Risulta arduo prevedere gli effetti di questo evento, poiché non si conosce con precisione lo stato attuale in cui versa l’organizzazione dell’IS ed è impossibile misurare la forza morale dei suoi combattenti. Certo è che prima di morire il “Califfo” ha visto il fallimento del suo progetto politico, ossia la costituzione di un Califfato che unificasse la comunità dei credenti musulmani, superando la concezione di origine occidentale degli Stati nazionali. Infatti, a prescindere dalle denominazioni e dalle etichette, l’istituzione del Califfato, possedendo elementi essenziali determinati, non è identificabile con l’omonima organizzazione terroristica.

Il termine Khalīfa, nella tradizione islamica sunnita, indica il “successore” o “vicario” di Maometto, inteso come capo politico e religioso alla guida della comunità dei credenti (Umma), la quale gli conferisce legittimità tramite il consenso (ijmāʿ), espresso dai giuristi-teologi (ulema). Quindi, è palese il carattere elettivo del Califfato, elemento da sempre rifiutato dal mondo islamico sciita. Un rifiuto che spiega in parte l’accanimento dello Stato Islamico contro i cosiddetti “apostati”, ossia i musulmani non sunniti. Deve evidenziarsi che la vocazione autentica del Califfato è universale, sebbene nel corso dei secoli siano stati istituiti Califfati di fatto regionali, essendo riconosciuti da comunità circoscritte e non dalla Umma nella sua interezza. Degni di essere menzionati sono i sultani ottomani, che si definirono califfi a partire da Selim nel 1517, ambendo a ricostituire l’universalità del Califfato, facendo pesare l’estensione territoriale del proprio dominio e l’idoneità in concreto a rappresentare il mondo sunnita.

Ciò detto, è possibile individuare, tra gli altri, tre elementi propri del Califfato: la sovranità che caratterizza lo Stato, con la particolarità che non vi è separazione tra potere politico e religioso; il territorio sul quale detta sovranità è esercitata; il consenso (revocabile in caso di eterodossia) a cui il califfo è soggetto. Per l’IS è evidente che i primi due elementi siano venuti meno con la sconfitta militare in Iraq e in Siria, e che il sedicente califfo conservasse soltanto una velleitaria pretesa di sovranità territoriale. Pertanto, lo Stato Islamico, pur conservando la sua denominazione, ha cessato di essere tale nel momento in cui si è “dematerializzato”.

Quanto al requisito del consenso (ijmāʿ), invece, si pone una questione più complessa ma comunque chiara. Di certo non si può negare che al-Baghdadi, soprattutto tra il 2014 e il 2015, abbia incassato le dichiarazioni di fedeltà o di affiliazione da numerosi gruppi jihadisti africani e asiatici, radunando migliaia di combattenti grazie a una efficace propaganda. Tuttavia, ciò è ben lontano dall’essere un’investitura da parte della Umma, atteso che i capi delle suddette milizie non possono certamente definirsi ulema. Il “consenso” ricevuto e la forza delle armi hanno comunque consentito ad al-Baghdadi di usurpare il titolo di califfo, ma non è affatto scontato che il suo successore riesca a ottenere un risultato analogo. Ovviamente, il dettaglio del consenso è essenziale per chi si voglia proporre come sovrano del Califfato universale.

Concludendo, la definizione di “Califfato dematerializzato” è in tutta evidenza un ossimoro, che, nell’ambito dell’analisi delle strategie di contrasto al terrorismo, indica esclusivamente la mutazione del gruppo conosciuto come IS, occultatosi per sopravvivere e operare dopo la sua sconfitta sul campo. Al contrario, l’esperienza dello Stato Islamico propriamente detto si è conclusa prima della morte di Abu Bakr al-Baghdadi.

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