Brexit: “to be continued”

0
220

Si conclude in questi giorni il travagliato percorso della “Brexit” (crasi delle due parole Britain e exit) che ha causato, come è noto, il primo caso di recesso dall’Unione europea.

È accaduto, durante la campagna per le elezioni politiche britanniche del 2015, che David Cameron, primo ministro, ha promesso ai cittadini che se fosse stato rieletto, avrebbe indetto una consultazione sulla permanenza del Regno Unito all’interno dell’Unione europea. Cameron, una volta vinte le elezioni, ha fissato il referendum per il 23 giugno 2016 e nei mesi antecedenti a quella data ha dichiarato la sua posizione favorevole al “Remain”. Nonostante ciò, inaspettatamente, ha vinto il “Leave” e ciò ha provocato le immediate dimissioni del primo ministro.

Il referendum ha dato esiti diversificati a seconda dell’area geografica: la Scozia, l’Irlanda del nord e Londra hanno votato per il Remain, mentre in Galles e nell’entroterra inglese ha vinto il Leave, seppur con pochi punti percentuali di distacco.

Dopo le dimissioni di Cameron, a cui è subentrata Theresa May, nel marzo del 2017 il Parlamento inglese si è appellato all’articolo 50 del TUE ossia la procedura per lasciare volontariamente l’UE. Questa prevede che lo Stato debba notificare l’intenzione di recedere al Consiglio europeo e successivamente a questi spetta concludere un accordo volto a definire le modalità di recesso, tenendo conto delle eventuali relazioni future. L’accordo deve essere poi concluso, secondo l’articolo 218 del TFUE, dal Consiglio dell’Unione che delibera a maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento europeo.

La trattativa per la Brexit è iniziata ufficialmente il 29 marzo del 2017 e i negoziatori hanno dato due anni di tempo, fino al 29 marzo del 2019 per trovare un accordo.

Non senza tensioni e fratture all’interno del partito conservatore, il 13 novembre del 2018 la Gran Bretagna e la Commissione europea hanno siglato l’accordo di recesso, ma questo è stato respinto per tre volte dal Parlamento di Westminster, a causa del disaccordo suscitato dalla questione delle frontiere doganali tra Irlanda e Irlanda del nord.

Si sono avute così le dimissioni della May il 7 giugno 2019 e l’arrivo a Downing Street di Boris Johnson che, con il suo slogan “Get Brexit done”, ha portato all’accordo del dicembre 2019, quando la Camera dei Comuni ha approvato il suo testo con larga maggioranza.

Il 22 gennaio 2020, il Parlamento britannico ha ratificato la legge attuativa dell’accordo sull’uscita dall’Ue e il giorno successivo la regina Elisabetta ha dato il suo “Royal Assent” che ha fissato il “divorzio” per le 23 del 31 gennaio.

Il 29 gennaio 2020 il Parlamento europeo ha approvato a larghissima maggioranza l’accordo sulla Brexit, con 621 sì, 49 contrari e 13 astenuti. Dopo quasi tre anni e mezzo, da quando è stato indetto il referendum, gli eurodeputati britannici hanno dato il loro addio alle assemblee di Bruxelles e di Strasburgo.

Il 31 gennaio però, i britannici possono ancora ritenersi cittadini europei: dovranno infatti passare 11 mesi di transizione prima che il recesso diventi definitivo. Fino al 31 dicembre 2020 i rapporti commerciali rimarranno gli stessi: il Regno Unito resta nel mercato unico e nell’unione doganale e dovrà ancora attenersi alle sentenze della CGUE, ma non prenderà parte alle decisioni politiche dell’Unione dei 27 Paesi.

Si apre dunque un nuovo scenario in cui tutto può accadere, e non resta che sperare in una “soft Brexit” che non sia eccessivamente traumatica per i mercati e per cittadini europei che studiano e lavorano nel Regno Unito.

Comments are closed.