Biden e il Medio Oriente: una nuova agenda per il conflitto israelo – palestinese?

0
313

Rispetto alla precedente amministrazione, quella di Biden mostra un cambio di rotta riguardo al dossier del conflitto israelo – palestinese. Nel dibattito che si è tenuto lo scorso 26 gennaio presso il Consiglio di Sicurezza, l’ambasciatore americano per le Nazioni Unite, Richard Mills, ha espresso la posizione della nuova amministrazione nei confronti di uno dei temi più caldi del Medio Oriente: il conflitto isreaelo-palestinese.

I due popoli sono in conflitto ormai da decenni e nonostante i vari tentativi di giungere ad una pace, ancora la guerra imperversa nel territorio, creando forte instabilità e pregiudicandone la sicurezza. La soluzione al conflitto sembra ancora lontana e tuttavia la nuova amministrazione si mostra fiduciosa al riguardo, come si evince dal discorso dell’ambasciatore Mills al Consiglio di Sicurezza. La politica americana è sempre stata favorevole ad una pacifica riconciliazione tra le due popolazioni e la tendenza, da Clinton a Trump, è stata quella di proporre un piano per una “two-state solution” che accontentasse entrambe le parti. I tentativi non sono andati a buon fine e questo porta l’amministrazione Biden a prendere nuovamente posizione sulla questione.

Analizzando il discorso dell’ambasciatore, da un lato possiamo riscontrare una certa continuità con la precedente amministrazione: viene infatti riconfermato lo storico legame con Israele, con l’intenzione da parte americana di continuare a fornire supporto economico, e non si rinnegano le significative azioni compiute da Trump durante il suo mandato, ovvero il riconoscimento di Gerusalemme unita come capitale di Israele e lo spostamento del consolato americano da Tel Aviv a Gerusalemme. Viene inoltre riconosciuta l’importanza degli Accordi di Abramo, firmati il 15 settembre 2020 da Israele con Emirati Arabi e Bahrein, e di quelli con Marocco e Sudan che tuttavia, sottolinea l’ambasciatore, non sostituiscono un accordo di pace tra le due popolazioni.

La novità sta nell’annuncio di una ripresa dei rapporti con le autorità palestinesi, con l’intenzione di “restaurare il programma di assistenza americano per supportare lo sviluppo economico e umanitario per il popolo palestinese”. Tali affermazioni acquistano una certa rilevanza se si considera che le autorità palestinesi interruppero le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti a seguito delle decisioni di Trump e rifiutarono di accettare il suo piano per la soluzione della questione palestinese, considerata troppo favorevole ad Israele. Secondo il piano, veniva riconosciuta la sovranità di Israele sugli insediamenti ebrei in West Bank e la valle del Giordano e Gerusalemme come capitale unita di Israele. Si proponeva anche la creazione di uno Stato palestinese su circa il 70% del West Bank, tutta Gaza, e con la sua capitale ai margini di Gerusalemme Est.

La riapertura del dialogo con le autorità palestinesi e con l’OLP potrebbe quindi costituire un importante passo avanti per l’amministrazione del neo-presidente americano che, come i suoi predecessori, auspica di giungere ad un accordo di pace fra le due popolazioni. Per pervenire a questo obiettivo Mills invita a porre fine ad azioni che possano pregiudicarne il successo, come l’annessione di territori, l’incitamento alla violenza, e le attività di insediamento portate aventi da Israele. Viene perciò condannato il ricorso a soluzioni unilaterali da parte dei due popoli con lo scopo di creare un ambiente favorevole alla riconciliazione e al dialogo.

Per quanto rilevanti siano le dichiarazioni dello scorso 26 gennaio, ad esse dovranno inevitabilmente seguire i fatti per dare credibilità alle intenzioni del nuovo presidente, sebbene attualmente un accordo di riconciliazione sembri ancora lontano.

Leave a reply