Biden e il Medio Oriente: intervista all’ex ambasciatore Armando Sanguini

0
180

Il Medio Oriente è un’area molto complicata, dove si scontrano gli interessi dei vari paesi che la compongo in termini politici ed economici. Dal conflitto israelo-palestinese, alle mire espansionistiche dell’Iran, la guerra in Yemen e i rapporti tra le monarchie del Golfo, in particolare nell’ambito del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), lo scenario è vasto, articolato e ancora particolarmente conflittuale. Nel tentativo di ristabilire un equilibrio, le potenze occidentali hanno cercato di instaurare un dialogo con ciascuno di questi stati proponendosi di volta in volta come mediatori, e tra i protagonisti di queste operazioni hanno sempre svolto un ruolo fondamentale gli Stati Uniti. Con l’ambasciatore Sanguini abbiamo cercato di ricostruire il filo della politica americana in Medio Oriente, soffermandoci su alcuni aspetti cruciali quali il conflitto israelo-palestinese, il dialogo con l’Iran e i rapporti con le monarchie del Golfo, e quale approcciò avrà l’amministrazione Biden rispetto ad essi.

Nell’ambito dei rapporti americani con i paesi del Medio Oriente, qual è stato l’approccio americano, da Obama a Trump, al conflitto israelo-palestinese? Come crede che si muoverà Biden al riguardo?

La prima considerazione riguarda Israele in quanto tale. Questo paese è sempre stato molto importante per gli Stati Uniti, tanto da essere considerato da alcuni come un problema di politica interna e non estera. Fondamentalmente tra Obama, Trump e Biden riscontriamo una politica di continuità, ma la differenza di fondo è stata tracciata da Obama, una linea di sostegno che ha consentito ad Israele di arrivare al punto in cui è oggi ad esempio in termini di insediamenti sul territorio. Obama ha marcato la fine della sua presidenza con un voto che ha destato sorpresa, ovvero il voto favorevole alla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 23 dicembre 2016, a elezioni avvenute che hanno visto Trump vittorioso. Questa risoluzione, tra le altre cose, condannava gli insediamenti israeliani, li considerava illegittimi e si invitava dunque Israele a retrocedere. Questo perché Obama era convinto, nella sua logica di equilibrio regionale, che questa politica di Israele dovesse essere corretta, in primis per il bene di Israele stesso. L’ex presidente ha infatti sempre sostenuto con forza le esigenze di sicurezza e militari del paese e lo dimostra il pacchetto militare che destinò a questo scopo, circa 40 miliardi di dollari.  Con Trump si assiste ad un salto di qualità nei rapporti con Israele, dal riconoscimento delle rotture del Golan allo spostamento della capitale a Gerusalemme, ha approvato tutto. Si tratta quindi di un totale sostegno a Israele, all’interno delle misure di massima pressione adottate nei confronti dell’Iran. Con quest’ultimo, Obama voleva recuperare i rapporti perché considerato fondamentale per ristabilire l’equilibrio nella regione, da qui la proposta dell’accordo nucleare che al contrario Trump non condivideva (dichiarò infatti di non voler partecipare).

Biden ha ereditato da Trump una situazione di pesantezza che però non ha messo in discussione, così come non ha messo in discussioni le decisioni prese da Trump in merito e la possibilità per la Palestina di costituirsi come uno stato indipendente. Per ora, quello che Trump ha fatto è un duro colpo per le aspirazioni Palestinesi. Sicuramente, da un punto di vista politico generale, il rapporto è recuperabile. Ciò non implica che l’ambasciata americana non si trasferisca a Gerusalemme, basta che si trasferisca, come è, al di fuori di Gerusalemme Est. Si tratta sicuramente di una compromissione forte perché nel frattempo, al di là del conflitto, sono venuti fuori i famosi accordi di Abramo, pagati caro da Israele e dagli americani, imprevedibili nella misura in cui due monarchie del Golfo, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, hanno deciso di normalizzare i rapporti con Israele, seguiti poi da Sudan e Marocco. Questi paesi hanno avuto delle contropartite non indifferenti, ad esempio per quanto riguarda il Sudan che venisse tolto dalla lista dei paesi che appoggiavano il terrorismo e il Marocco per la sua influenza sul Sahara Occidentale. Si viene così a costituire un cordone sanitario nei riguardi dell’Iran. Manca all’appello l’Arabia Saudita, che, al di là degli incontri segreti con Israele, non può unirsi agli accordi perché ha proposto e fatto approvare dalla Lega araba una soluzione per il conflitto israelo-palestinese che, tra le altre cose, prevedeva il ritorno dei rifugiati e la restituzione dei territori.

In questo momento l’atteggiamento degli Stati Uniti con Israele è un po’ la prosecuzione dei precedenti rapporti con un elemento importante in più: le prossime elezioni di Israele, in cui Netanyahu spera di essere rieletto. In tutto ciò, l’Europa tenta di tenere in piedi la tesi dei due Stati ma fa fatica e finora è stata timida nei confronti di questo processo di pace.

Alla luce delle recenti tensioni tra l’amministrazione americana e l’Iran, come si evolveranno con Biden i rapporti tra i due paesi?

Durante la campagna elettorale Biden contava di disfare l’operato di Trump al riguardo, che a sua volta aveva disfatto ciò che aveva fatto Obama. Ha ribadito il suo desiderio di procedere lungo un percorso che poteva riportare l’Iran alle trattative, ma questa prospettiva avanzata da Biden incontra l’opinione del suo ministro deli esteri, Blinken, che ha marcato il passo: l’Iran deve tornare a rispettare al cento per cento gli impegni di questo accordo militare (l’accordo sul nucleare). Gli americani di Biden, comunque, vogliono tornare al tavolo delle trattative ma anche l’Iran da parte sua pretende una sollecitazione a tornare ai lavori: si richiede un passo indietro, da parte americana, sulle sanzioni che stanno mettendo in ginocchio il paese. Gli americani però non sono intenzionati ad eliminare le sanzioni, perché è l’unica arma che hanno per spingere l’accordo nella direzione voluta. L’intenzione è quella di ridurre l’espansionismo dell’Iran, come dimostra anche l’attacco in Siria, avvenuto su istruzione di Biden. In questo contesto l’Unione Europea si è offerta come mediatore per la convocazione di una riunione informale sull’accordo e sono stato invitati anche gli Stati Uniti. L’Iran di è rifiutata di partecipare alla luce di un nuovo problema molto serio: le elezioni presidenziali iraniane previste per giugno. Si tratta ormai di un paese che soffre delle conseguenze delle sanzioni, per una gestione della politica interna che sta suscitando reazioni molto critiche da parte della popolazione e le forse radicali (il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica in particolare) stanno guadagnando terreno. Se non si sbroglia questa matassa, l’area più oltranzista iraniana può prevalere. L’attuale presidenza non è riuscita a compensare le aspettative che lo stesso Rouhani aveva sollecitato, promettendo molto sul recupero del paese, e sta prendendo atto che il paese si sta allontanando perché il covid sta mordendo sempre di più, il popolo è affamato. In queste condizioni difficilmente l’Iran cederà. Più si avvicina il tempo delle elezioni, meno le possibilità di un incontro appaiono probabili. Questa scadenza dovrebbe sollecitare le parti ad organizzare in fretta un incontro. Il tutto poi è peggiorato da questi Accordi di Abramo, che costituiscono una barriera tra il mondo arabo e iraniano.

Per quanto riguarda le monarchie del Golfo, come si caratterizzerà il dialogo tra l’America di Biden e i paesi del CCG?

I paesi membri di questa organizzazione (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar) hanno ricucito in extremis all’inizio dell’anno quel rapporto interrotto tre anni fa, quando Arabia Saudita, Emirati Arabi ed Egitto avevano deciso di ricattare il Qatar, accusato di avere rapporti con i terroristi e di essere troppo vicino alla Fratellanza musulmana (e quindi alla Turchia), facendo, inoltre, della sua ricchezza uno strumento di propaganda. Ciò ha quindi portato ad un avvicinamento forte da parte di Erdogan, i cui rapporti con l’Arabia Saudita sono di forte tenzione: a quest’ultima contesta la sua autorità nel mondo arabo (essendo entrambi paesi sunniti) e il controllo dei luoghi sacri. Il legame tra Turchia e Qatar è determinato anche da grandi affari economici.  Questa ricucitura, di cui non si conoscono i dettagli, è stata interpretata come un atto quasi imposto dall’Arabia Saudita, come credito nei confronti di Biden. Essa, d’altronde, non ha ricevuto una risposta positiva ad una serie di domande, di sollecitazioni rivolte al Qatar dagli altri paesi del CCG. Ma fino a che punto si parla di “ricucitura”? Questi paesi non hanno mai avuto solidità, non sono mai pervenuti ad un accordo neanche in termini di sicurezza perché si ritengono tutti estremamente importanti.

La politica di Biden nei confronti di quell’area e soprattutto dell’Arabia Saudita fa leva in primo luogo sui diritti umani, e in questo rientra anche lo scenario della guerra in Yemen, dove si sta consumando una carneficina impressionante. Rientra anche in questo il desiderio di riallacciare i rapporti con l’Iran sul piano del nucleare. Biden quindi si è mosso su due piani: quello politico, perché essendo presidente di un paese portatore di valori e difensore dei diritti umani in tutto il mondo, ha suggerito la fine della guerra in Yemen. L’importanza del conflitto yemenita è dovuta all’influenza che l’Iran può esercitare su questo paese, prospettiva che preoccupa tutte le monarchie del Golfo. Biden ha richiesto la cessazione del conflitto e di conseguenza ha fermato il sostegno militare americano. Sul piano sostanziale invece, ha rassicurato l’Arabia Saudita a livello di sostegno militare, per la sua sicurezza. I fatti, quindi, sono questi: permane la garanzia di sicurezza che gli Usa hanno sempre promesso e assicurato alle monarchie del Golfo.

Ultima osservazione da fare è che per Biden, come per Trump e Obama, il Medio Oriente non è più la grande priorità che è stata in passato. L’opinione pubblica americana è sempre meno coinvolta, non capisce perché sia necessario spendere tanti soldi e vite umane per qualcosa che percepisce come irrilevante. Biden segue le mosse di Obama, ma in questo momento non ha introdotto novità sul piano concreto e di fatto protegge questi paesi, come dimostra l’attacco in Siria. È un equilibrio difficile da costruire e sebbene il grande processo di modernizzazione avviato in Arabia Saudita sia importante, la monarchia assoluta che governa il paese non accetta la logica della pretesa dei diritti e ritiene, invece, che tutto debba discendere dall’autorità legittima, che è la monarchia. Anni fa questa era l’idea delle nostre monarchie assolute, ma in questo caso è aggravata dal fatto che tra gli obblighi del bravo musulmano previsti dalla Sharia, vi è l’obbedienza all’autorità. Biden ha scommesso su un dialogo e fa bene, perché contrastare questi paesi sulla base di principi e di valori è sbagliato se lo si fa in termini di isolamento, giusto se, appunto, lo si fa in termini di dialogo.

Fonte immagine https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-e-arabia-saudita-i-fronti-della-lotta-il-medio-oriente-19778

Leave a reply