Albania trent’anni dopo: dagli sbarchi degli anni novanta alla prospettiva europea.

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Nelle scorse settimane si è celebrato in Puglia, con la presenza del Premier Albanese Edi Rama, il 30° anniversario del primo esodo sulle coste pugliese di ventisette mila cittadini albanesi in fuga dal loro paese. Lo sbarco verificatosi a Brindisi sarà successivamente seguito da un secondo esodo nell’agosto di quello stesso anno al porto di Bari, aprendo la stagione di una serie di flussi migratori che hanno visto e vedono ancora oggi la Puglia come punto di attracco nel continente europeo. Sono ancora vive quell’immagini di navi mercantili gremite di donne, bambini e uomini che attraccavano nei porti di Brindisi e Bari.

Da quel marzo 1991 tante cose sono cambiate, ed oggi parlando dell’Albania non pensiamo certo a quel paese povero, e ancora in preda alle conseguenze del comunismo di trenta anni fa, ma di una nazione che nel corso di questi decenni ha conosciuto un percorso di stabilità democratica e politica, nonché soprattutto di crescita economica e sociale. 

Il Paese delle Aquile è infatti ormai una realtà economica consolidata, con un commercio liberalizzato, e capace di favorire e attrarre investimenti, sia nazionali che esteri.

Un percorso sviluppatosi nel corso di questi trent’anni e che ora vede l’Albania percorrere l’ultimo passo di questo processo di crescita e maturazione: l’adesione all’Unione Europea.

Nell’aprile 2009 l’Albania ha presentato la sua domanda di adesione all’Ue. Processo di integrazione che è andato avanti in questo decennio, con il riconoscimento nel 2014 dello status di “Paese Candidato”, nonché nell’ulteriore step approvato nel marzo 2020 dal Consiglio UE di aprire i negoziati di adesione con l’Albania e incaricare la Commissione Europea di riferire su una serie di questioni che l’Albania dovrà affrontare antecedentemente all’avvio della prima conferenza intergovernativa.

L’Albania, come anche riconosciuto dal rapporto del Parlamento Europeo che sarà approvato nelle prossime settimane, ha dimostrato di essere un partner affidabile, e ha compiuto progressi notevoli in settori fondamentali quali  pubblica amministrazione, processi democratici, giustizia. Restano sicuramente ancora degli sforzi da fare, soprattutto nell’ottica di un pieno rispetto dei Criteri di Copenaghen, e dell’attuale situazione economica dovuta alle conseguenze della pandemia Covid-19: in  un recente rapporto sulle prospettive economiche regionali, la BERS ha stimato in un – 9% la flessione del PIL albanese per il 2020, previsioni ben peggiori di quelle del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale (-7,5%) , fanalino di coda tra le  regioni dei Balcani Occidentali in ragione dell’elevata dipendenza dal turismo e dell’integrazione/dipendenza del settore manifatturiero tessile-calzaturiero con l’Italia. Diminuisce anche il valore delle rimesse dall’estero, mentre ritorna ai livelli del 2012 la disoccupazione, e cresce il debito pubblico (+82% secondo le stime del FMI), dopo anni di politiche di contenimento in linea con i programmi concordati con il FMI.

Tuttavia, gli sforzi compiuti in questi anni dal popolo albanese e da tutti gli attori politici e sociali dimostrano la determinazione nel voler proseguire nella direzione di un’adesione all’Unione Europea

Per completare questo percorso è fondamentale il sostegno dell’Italia, in quanto sarebbe utile per il nostro paese, continuare ad essere il partner privilegiato dell’Albania, e rafforzare le sinergie e la cooperazione in settori fondamenti quali l’economia, la cultura, l’istruzione, la sanità e la ricerca nonché la sicurezza e il contrasto alla criminalità organizzata. Un ruolo quello del nostro paese andrebbe ulteriormente rafforzato, anche alla luce dell’attuale contesto geopolitico nel quale potenze rivali stanno cercando di minare l’ulteriore integrazione e la stabilità politica dei paesi dei Balcani occidentali. Ma soprattutto per cogliere le tante opportunità di crescita e sviluppo per entrambi i paesi, che spesso sembrano essere dimenticate negli ultimi anni da politiche non in grado di cogliere le potenzialità esistenti.

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