È passato ormai quasi un mese dal ritiro delle forze Nato dal territorio afghano, per la maggior parte composte da truppe americane. La loro ventennale presenza risale all’Operazione Enduring Freedom, avviata dal presidente Busch il 7 ottobre 2001 come primo passo della guerra al terrorismo (Global War on Terror), risposta agli attacchi del 9 Settembre 2001. L’obiettivo era quello di estirpare la minaccia terroristica dal paese per la sicurezza della comunità internazionale; una volta raggiunto, le forze americane (e NATO) avrebbero lasciato il territorio sicuro e pacifico. Il primo maggio di quest’anno abbiamo assistito a questo importante passo, deciso in comunione con gli alleati della NATO, ma l’obiettivo prefissato è stato raggiunto?

Non è la prima volta che gli Stati Uniti decidono di ritirarsi da un paese lasciandolo in realtà nel caos, venendo meno alle promesse di stabilizzazione del territorio dal punto di vista politico e militare. Così accadde infatti anche in Somalia nel marzo del 1994, quando l’allora presidente Bill Clinton firmò per il ritiro americano, non curandosi se la missione ONU fosse stata completata con successo o meno. In quell’occasione un pilota americano venne ucciso a Mogadiscio, mentre nel 1983 la morte di 241 marines in Libano portò alla stessa reazione, ovvero la partenza americana. Nella dichiarazione di guerra agli Stati Uniti del 1996, Osama Bin Laden affermò che questa strategia non faceva altro che mostrare la debolezza e l’impotenza statunitense. Ma l’atteggiamento della superpotenza cambiò dopo gli attacchi del 9 settembre 2001: con la guerra al terrorismo, lo sviluppo degli apparanti di intelligence americani, di forze operative speciali contro il terrorismo e di armi di stallo e di precisione, divenne possibile per Washington proteggere il proprio paese senza essere presenti sul territorio afghano. Grazie a queste risorse era possibile identificare ed affrontare qualsiasi minaccia.

Il ritiro americano dall’Iraq nel 2011 ha seguito la stessa logica, ma i risultati non sono stati quelli sperati. Ciò ha portato, infatti, al sorgere dello Stato Islamico e ad un’escalation delle attività terroristiche a livello internazionale. L’errore da parte di Washington fu quello di sopravvalutare le proprie capacità nella lotta al terrorismo e di sottovalutare la nuova forma di terrorismo che si preparava ad affrontare, come ha dimostrato la guerra lampo che permise allo Stato Islamico di conquistare l’Iraq occidentale e sconfinare in Siria.  Un errore strategico che ha comportato la diffusione di attacchi terroristici in diversi paesi occidentali, ispirati dal successo raggiunto sul campo dall’ISIS.

Riconosciamo la stessa dinamica nel ritiro americano dall’Afghanistan. In questo caso la minaccia è rappresentata dai Talebani ma la situazione si presenta molto più pericolosa rispetto all’Iraq del 2011. All’epoca il Primo Ministro Nouri al Maliki a Baghdad non doveva affrontare il pericolo di un avversario terrorista. In Afganistan invece, i Talebani costituiscono una pericolosa forza politica che non nasconde l’intenzione di voler restaurare un regime teocratico nel paese, minacciando in questo modo il governo del presidente Ashraf Ghani. Tuttavia, a rendere ancora più complicato lo scenario afghano contribuisce il fatto che Ghani non possiede una forza tale da mantenere la situazione stabile nel paese e la presenza americana aveva come scopo anche quello di sostenere il governo locale nel combattere la minaccia talebana, pronta ad approfittarsi del malcontento popolare per raggiungere i propri obiettivi. Inoltre, l’alleanza con al-Qaeda e il gruppo terroristico pakistano Tehrik-i-Taliban, aumenta il potenziale di attacco delle forze talebane. Una minaccia simile non esisteva ai tempi del ritiro americano dall’Iraq e questo complica non poco il quadro afghano. Sono due i rischi principali: il primo è il persistere della minaccia terroristica internazionale, un ritorno di al-Qaeda, mai veramente sconfitto e che anzi si prospetta essere il maggior beneficiario di un governo a guida talebana. In un contesto simile sarebbe difficile per Washington gestire una minaccia terroristica a distanza, e anche se le agenzie di intelligence statunitensi fossero in grado di tenere sotto controllo le basi terroriste in Afghanistan tramite droni o reti di spionaggio, senza soldati sul territorio la loro attenzione e vigilanza sarebbe comunque ridotta.

Il secondo rischio è l’indebolimento della posizione di Washington sul fronte medio-orientale a vantaggio di Russia e Cina. La politica americana sta infatti mettendo in secondo piano l’impegno in campo antiterroristico per concentrarsi di più sulla competizione internazionale con le grandi potenze. Al contrario, la Cina sta dando priorità a rafforzare la propria posizione in un contesto locale (basta pensare alla Via della Seta, sfida agli interessi economici e politici americani), mentre la Russia, insieme con l’Iran, sta mostrando un atteggiamento aggressivo in Ucraina, Yemen e Siria. In questa prospettiva, il ritiro americano dall’Afghanistan rappresenta uno spiraglio per le due grandi avversarie, le quali vedono la possibilità di soppiantare il ruolo che gli Stati Uniti hanno finora giocato in quest’area.

La politica di Biden, in linea con quella di Trump, sembra essere volta infatti ad allontanare gli Stati Uniti da guerre di lunga durata, tenendo i propri militari fuori dai grandi scontri un po’ per soddisfare l’opinione pubblica americana, un po’ per motivi politici. Per questo Washington si è mostrata soddisfatta dalla decisione presa, ma va anche ricordato già sul territorio era presente un numero esiguo di truppe, circa 3.500 soldati, a seguito di graduali rientri in patria operati durante il mandato di Trump. Nonostante ciò, essi erano comunque sufficienti per affrontare eventuali minacce terroristiche e al contempo supportare il governo Afghano nel potenziamento delle sue forze di sicurezza.

Alla luce di quanto detto finora, abbandonare il territorio non risulta quindi essere la scelta migliore, non essendo d’aiuto né nella lotta al terrorismo né nell’affrontare la competizione con le grandi potenze, anzi rischiando di lasciargli più spazio di manovra in un contesto geo-politico terribilmente fragile.

A questo punto sembrerebbe necessario un cambio di paradigma da parte statunitense, pensare cioè la Global War on Terror non in termini di “vincitori e sconfitti” ma di “gestione” e “accettazione”. Mantenere un piccolo contingente in Afghanistan avrebbe tenuto sotto controllo i Talebani e al-Qaeda e allo stesso tempo avrebbe protetto il paese dalle operazioni russe e cinesi nell’area. Il ritiro, al contrario, sarà visto come una sconfitta di Washington, come disse già Bin Laden nel ’96, e la percezione della debolezza statunitense non potrà far altro che agevolare le sue grandi potenze avversarie.

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